Dal 17 al 18 novembre, al Museo nazionale della scienza e della tecnologia di Milano, al via Vivite, seconda edizione del festival con circa 70 cantine

Forse qualcuno non se ne è ancora accorto: ma il boom di eventi enogastronomici su Milano è figlio di uno spartiacque, l’Expo, che ha fatto da catalizzatore. Alla faccia di un certo scetticismo che lo aveva accompagnato. Vivite, la seconda edizione del festival del vino cooperativo, organizzato dall’Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, rientra in questo momento di rinascimento enogastronomico del made in Italy.

Uno spaccato che rappresenta quasi il 60 per cento della produzione del settore vitivinicolo e trascina l’export

L’appuntamento è per il 17 e 18 novembre, alle ex scuderie Le Cavallerizze del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia «Leonardo da Vinci» di Milano. Un luogo tutt’altro che casuale, che vuole celebrare bellezza e innovazione.

Qual è la necessità di un festival dedicato al vino cooperativo? I numeri, innanzitutto, che pochi conoscono. Il 58 per cento del vino prodotto in Italia deriva da cooperative. Ben 8 delle prime 15 aziende italiane per fatturato lo sono. E 8 cooperative italiane sono anche nella classifica delle prime 15 cooperative Ue. Tra queste si conta la più grande azienda europea e tra le prime al mondo, il Gruppo Italiano Vini, controllata da Cantine Riunite &Civ, e il gruppo Caviro che occupano i primi due gradini del podio. E altri colossi come il gruppo Mezzacorona, che esporta l’85 per cento della propria produzione, ben 48 milioni di bottiglie, Cavit.

Secondo punto, la cooperazione vitivinicola italiana è una realtà in crescita. Le 484 imprese rappresentano circa 140.000 soci viticoltori riuniti, con 4,5 miliardi di fatturato. Ma il business si regge ormai sulle esportazioni: «Oggi si consuma sempre meno vino e una bottiglia su due prodotta in Italia prende la via dell’export» ha ricordato Denis Pantini, responsabile Nomisma Wine-Monitor. Le top 20 tra le cooperative, dice il dossier elaborato dall’osservatorio, fanno 1,3 miliardi di euro sui 6 miliardi del totale dell’export del vino italiano. Nell’ultimo quinquennio sono cresciute in valore del 44 per cento contro il +27 per cento della media del settore.

Dunque viaggiano a maggiore velocità. Un effetto benefico della concentrazione: basti dire che l’Italia ha una media di 2 ettari per vigneto rispetto ai 19 delle Nuova Zelanda e i 13 del Cile: Paesi, infatti, che crescono molto di più del nostro. Ma il gap è anche con i francesi: solo il 17 per cento delle aziende italiane sono sopra i 10 ettari, rispetto al 41 per cento dei Transalpini. E qui allora entra il gioco l’effetto benefico, aggregante della cooperazione. E i migliori risultati si ottengono laddove è più strutturata.

«La cooperazione consente tra l’altro di ammortizzare i periodi di crisi e dà maggiore marginalità» ha benedetto l’iniziativa il padrone di casa, Fabio Rolfi, assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, in occasione della presentazione a Palazzo Lombardia.

«L’Alleanza delle cooperative agroalimentari è la grande novità degli ultimi anni, ci integriamo per affrontare meglio i mercati», ha ricordato il co-presidente Giovanni Luppi. I numeri sono impressionanti, 5mila cooperative, una presenza in tutti i settori dell’alimentare, 35 miliardi di fatturato sui 120 miliardi del settore.

Ma attenzione, oggi questo comparto che trova maggiore radicamento in regioni come l’Emilia-Romagna, Abruzzo, Trentino-Alto Adige, Veneto e Sicilia, si fa apprezzare non solo per quantità di produzione ma anche per qualità. Delle 70 cantine presenti alla kermesse (ospiti saranno anche tre francesi) diverse hanno conquistato premi per le loro etichette (dal Trento Brut Rotari Flavio Riserva 2009 di Mezzocorona a Trento Brut Altemasi Graal Riserva ’10, che hanno meritato i Tre Bicchieri Gambero Rosso).

La maggioranza spinge poi sui vitigni autoctoni che sono un trend in ascesa. Ci sarà occasione allora per degustare il Pecorino metodo classico, il fenomeno Pignoletto, le tante sfaccettature del Lambrusco, il Durello. «C’è voglia di fare conoscere questa realtà importante del mondo vinicolo, serve fare sistema: essere piccoli dove serve, per essere grandi sui mercati internazionali» ha sottolineato Ruenza Santandrea, coordinatrice settore Vino dell’Alleanza cooperative. Tra le realtà particolari, San Patrignano, Libera Terra che coltiva vino sulle terre sottratte alla mafia, Tralci di vite, realtà che si è affermata grazie a giovani che hanno scommesso in una zona di spopolamento. Tante storie da raccontare.

Il programma prevede sette degustazioni guidate da grandi esperti, da Paolo Massobrio e Daniele Cernilli con un momento ad hoc anche per le cantine cooperative che hanno conquistato i Tre Bicchieri. Quindi cinque talk show dedicati alla sostenibilità secondo i quattro pilastri canonici (economico, ambientale, sociale e culturale-etico), e al linguaggio del vino «da svecchiare». Sono chiamati «pane e salame» in quanto il format originale, prevede la possibilità di interazione degustando con i relatori (da Walter Massa a un enologo top come Riccardo Cotarella, da Renzo Cotarella ad di Marchesi Antinori, ad Attilio Scienza). Ci saranno anche momenti ludici, di musica e spettacolo.

Il messaggio è il «Vino che parla la lingua di tutti». Niente tecnicismi, ma volontà di sfrondare un linguaggio che «definire antiquato è fargli un complimento», come ha ricordato Federico Gordini, co-fondatore e direttore creativo di Lievita che curerà la comunicazione dell’evento. «Il mondo del vino ha un problema di tecnicality che allontana il 99 per cento di chi beve vino e vuole solo conoscerlo in modo più semplice». Confermata l’icona dirompente dello scorso anno, l’ottantenne e variopinto Antonio, ritratto con la lingua di fuori a fare il verso (!?) a Einstein nelle vesti di presentatore.