Ogni anno quasi tre milioni di turisti visitano gli scavi archeologici di Pompei, dichiarata «Patrimonio dell’umanità» dall’Unesco. Osservare i calchi in gesso delle vittime dell’eruzione del Vesuvio che colpì Pompei ed Ercolano nel 79 d.C. (visibili temporaneamente nelle aree espositive di piazza Anfiteatro e in futuro collocati nell’Antiquarium) trasmette una sensazione vivida e reale di quello che fu il sisma: uomini e donne comuni sorpresi, quasi paralizzati, negli ultimi istanti di vita. Una catastrofe che fu oggetto di riflessione filosofica nella poesia «La Ginestra o fiore del deserto» di Giacomo Leopardi, composta a Torre del Greco.

Ma la Campania Felix era terra anche da vino. E Pompei lo era soprattutto da rosso. Le indagini archeologiche e gli studi botanici hanno confermato la presenza della coltura della vite anche all’interno della cinta muraria della città. Da qui nel 1994, per iniziativa della Soprintendenza Archeologica, è nato un affascinante progetto: ripristinare la viticoltura originaria, mantenendo la collocazione delle vigne e le tecniche di vinificazione (elevata densità di impianto, filari ravvicinati sorretti da paletti in legno di castagno). L’incarico è stato conferito all’azienda Mastroberardino, una delle più prestigiose e antiche cantine italiane, attiva da dieci generazioni (Taurasi, Greco di Tufo, Fiano di Avellino, Falanghina, tra i vini prodotti). L’azienda (sede ad Atripalda, provincia di Avellino) fu costituita già nel 1878 da Angiolo Mastroberardino, ma le prime tracce risalgono alla metà del Settecento. Vanta 200 ettari di proprietà e altri 150 che conferiscono le uve, con un’area importante posta alle pendici del Vesuvio.

Tra il 1996 e il 2000 sono nati così i primi cinque vigneti, per una superficie complessiva di circa un ettaro dove, con le stesse tecniche di coltivazione precedenti alla grande eruzione, sono stati impiantati i vitigni autoctoni Piedirosso e Sciascinoso, scelti sulla scorta di studi botanici e iconografici condotti anche sugli antichi affreschi pompeiani. Da quindici anni questo progetto porta alla produzione di Villa dei Misteri, un rosso pregiato, che nasce dalle uve dei vigneti del sito pompeiano, laddove venivano coltivate oltre duemila anni fa. E che deve il suo nome a una delle Domus più belle. Nel 2001 si è avuto, infatti, il primo raccolto significativo, seguito dalla prima vinificazione e dall’affinamento del Pompeiano Igt Villa dei Misteri, prodotto in 1.721 bottiglie vendute all’asta e distribuite ad appassionati nel mondo. I proventi furono utilizzati per sostenere il restauro della cella vinaria presente nel sito del Foro Boario. L’ultima vendemmia è stata fatta il 29 ottobre 2015. Negli scavi archeologici, naturalmente.

«Villa dei Misteri – racconta Piero Mastroberardino, professore ordinario di Economia e gestione delle imprese all’Università degli studi di Foggia, alla guida delle attività di famiglia dalla metà degli anni Novanta – è un vino fortemente caratterizzato dal terreno vulcanico da cui proviene, ricco di elementi minerali e lapilli. L’annata 2007, quella attualmente in commercio, al naso si presenta di notevole complessità con note speziate che ricordano la vaniglia, la cannella, il tostato e note di frutti rossi, in particolare marasca, prugna e sfumature minerali. Al palato è avvolgente, di considerevole spessore e dotato di tannini fini ed eleganti. Generalmente viene prodotto in circa 1500 bottiglie l’anno».

Nella primavera del 2009 sono stati impiantati dieci nuovi piccoli vigneti allargando la superficie complessiva a circa un ettaro e mezzo per una produzione potenziale di circa 30 quintali. «Dopo aver fatto esperimenti sulla pergola romana e sulla classica forma delle vigne a palo in filari, dedicate in maniera prevalente a rimettere in campo varietà antiche come il Piedirosso e lo Sciascinoso – sottolinea Piero Mastroberardino, che è anche presidente dell’Istituto del vino italiano di qualità grandi marchi – nelle fasi più recenti si sta lavorando su un’ulteriore forma di allevamento tradizionale dell’antichità, l’alberello. La scelta di questa soluzione è stata fatta in relazione al vitigno da impiantare, l’Aglianico, vero monarca dell’antica viticoltura della Campania, che predilige una forma di conduzione della vigna adatta a potature corte, a testimoniare il matrimonio perfetto tra il vitigno di origine greca e la tipica forma di allevamento di origine ellenica».

Per le prime dieci annate del Villa dei Misteri l’uvaggio era costituito da Piedirosso al 90 per cento e Sciascinoso al 10 per cento. In seguito all’avvio della produzione degli ultimi impianti realizzati, a partire dalla vendemmia 2011, attualmente ancora in affinamento, Villa dei Misteri è ottenuto come blend di tre diverse varietà, che a regime presenta differenti percentuali di uvaggio: Aglianico 40 per cento circa, Piedirosso 40 per cento e Sciascinoso 20 per cento. «Il progetto Villa dei Misteri – conclude Berardino – ha un’indubbia rilevanza storica, in quanto, unico nel suo genere su scala mondiale, ha consentito di ricongiungere la moderna viticoltura autoctona con le proprie origini, ponendo l’attenzione sull’antichità delle varietà campane, presenti su questo territorio per millenni, e sulle profonde radici culturali su cui si fonda la tradizione vitivinicola di questa regione. Inoltre il progetto rappresenta un tributo della famiglia Mastroberardino alla città di Pompei, dove il vino ha da sempre rivestito un ruolo fondamentale e che ben simboleggia l’Italia, la nostra storia, la nostra civiltà».

Archeologia e vino è un nuovo binomio che promette inediti sviluppi. La riscoperta del legame con il mondo classico, da un punto di vista enologico e anche gastronomico, sta riscuotendo i primi interessi anche in Italia. Le declinazioni sono ancora tutte da scoprire: in Francia e Spagna ci sono già interessanti applicazioni per prodotti che richiamano il remoto passato, come cibo e vino, in musei e rievocazioni storiche. Gustare l’antichità è lo slogan con cui Laura Mussi, archeogastronoma, propone, per esempio, la possibilità di assaggiare alcuni vini dell’antica Roma aromatizzati al miele, ai fiori o con acqua di mare e altre erbe e rivivere i gusti dei simposi romani. «I vini degli antichi romani erano pesanti, acidi o amari – ricorda – La forte gradazione alcolica (16-18 gradi) si riduceva unendo acqua per 2/3 e così il vino non si beveva mai puro (merum), ma sempre mescolato ad acqua. L’uso di profumare i vini con l’aggiunta di spezie e aromi (rose, viole, zafferano, finocchio, timo e altre essenze aromatiche) serviva anche per correggere i cattivi sapori derivati da un’imperfetta lavorazione dei mosti o dalla scarsa pulizia dei fondi delle anfore o dei dolia. Normalmente – aggiunge con curiosità – per le mogli era sconveniente partecipare alle bevute degli uomini, mentre restavano le cortigiane a fare compagnia e allietare la serata. Nei primi tempi della Roma antica per le donne vigeva addirittura il divieto assoluto di bere e il marito aveva il diritto al bacio (ius osculi), ossia il diritto di baciare la donna sulla bocca per verificare se la donna avesse trasgredito il divieto».