Intervista a Luca Balbiano che a Torino, con la vigna Villa della Regina, produce uno dei tre vini urbani d’Europa con i «gemelli» di Vienna e Parigi

Li chiamano vigneti storici cittadini. Sono tre, gemellati. Luoghi di storia e cultura dove nascono gli unici vini urbani d’Europa. Vigna della Regina, nella parte collinare orientale di Torino, è uno di queste rarità, con il Castello di Schönbrunn, a Vienna, e Montmartre, a Parigi. Un vigneto reimpiantato a Freisa, come l’originario, dove si producevano i vini bevuti dalla Casa Reale. Un progetto «folle», che ha coinvolto Università e Cnr di Torino, dopo il restauro di una Villa concepita come sontuosa residenza di campagna e oggi Patrimonio dell'umanità come parte del sito Residenze sabaude (vanta uno dei parchi e giardini più belli d’Italia che ha richiamato sessantamila visitatori lo scorso anno). Protagonista del miracolo è l’azienda vitivinicola di Luca Balbiano, che oggi fa rivivere quel vino, Doc, prodotto in circa quattromila bottiglie l’anno. Etichette numerate che finiscono nei migliori ristoranti della città, ma anche a Londra, Milano e Parigi. «Bere il “Vigna Villa della Regina” è come bere un sorso di storia e cultura sabauda», promette.

Luca Balbiano, come nasce il vino Villa della Regina?
«È un progetto da pazzi. Villa della Regina è una residenza sabauda seicentesca, dove hanno abitato regine come Anna d’Orleans, la regina Margherita. Da sempre era nota per avere un vigneto. Tanto che sulle carte dell’epoca veniva indicata non come Villa della Regina ma Vigna della Regina, a conferma della vocazione agricola. Un vigneto produttivo e non decorativo come molti vigneti di residenze reali: veniva prodotto un vino consumato dalla Casa Reale e nei secoli successivi anche venduto. Con la Seconda guerra mondiale la villa è stata fortemente danneggiata dai bombardamenti e da un incendio. Nel ’93 la Soprintendenza per i beni artistici e culturali di Torino ha avviato il restauro. Ci sono voluti dieci anni di lavori per farla tornare agli antichi fasti. Nel 2002-2003 l’architetto Fontana, che era il direttore dei lavori di recupero della Villa, ha contattato mio padre, all’epoca presidente del Consorzio di Tutela del Freisa di Chieri, per proporgli questa idea un po’ folle di reimpiantare il vigneto».

Risposta?
«L’offerta è stata declinata dal Consorzio. Noi invece abbiamo fatto un ragionamento diverso sull’importanza che poteva avere impiantare un vigneto nella città capoluogo di una delle regioni viticole più importanti del mondo. E ci siamo detti: “proviamo”».

Come si è sviluppato il progetto?
«Ci abbiamo messo sei mesi solo per disboscare, era il 2003-2004. Altri sei per risagomare la collina e i lavori di reimpianto. Con il professor Vincenzo Gerbi, della Facoltà di Agraria dell’Università degli studi Torino, e Anna Schneider, ampelografa di fama mondiale del Cnr di Torino, abbiamo portato avanti un lungo lavoro di ricerca per capire quale fosse la varietà. Alla fine è stata riconosciuta nel Freisa e siamo riusciti a riprodurre il clone storico. Abbiamo così impiantato duemilasettecento barbatelle. Nel 2008 c’è stata la prima vendemmia, non ufficiale. Le uve sono state date al professor Gerbi per fare micro vinificazioni sperimentali per capire come produrre quel vino. Le indicazioni sono state di una Freisa non giovane, come eravamo abituati a produrre, ma da lungo invecchiamento. Nel 2009 c’è stata la prima vendemmia ufficiale. Poi è partito il secondo step burocratico per fare introdurre quel vigneto nella Doc. Ce l’abbiamo fatta nel 2011, anno dal quale produciamo un Freisa di Chieri Superiore con il cru Vigna Villa della Regina».

Quante bottiglie producete?
«Nel 2013, l’ultima in commercio, circa quattromila, tutte numerate. L’estensione del vigneto è circa un ettaro: la coltivazione è biologica, anche se non ancora certificata. Tra un paio d’anni dovremmo arrivare alle cinquemila bottiglie. L’annata 2014 uscirà a gennaio del prossimo anno».

Chi è il cliente del Vino della Regina?
«Il Freisa viene consumato per lo più in Italia. Il “Vigna Villa della Regina” ha però un appeal che valica i confini. Vista l’esiguità del numero delle bottiglie e il prezzo contenuto che abbiamo deciso di applicarle, abbiamo potuto scegliere dove farlo arrivare. Ovvero sulle tavole dei migliori ristoranti di Torino ma anche d’Italia, non necessariamente stellati. Abbiamo scelto, per esempio, posti che rispettassero e dessero valore alla cucina piemontese».

Possiamo fare qualche nome?
«A Torino Del Cambio, Magorabin, ristorante Monferrato: quelli storici della “torinesità”. Ma è distribuito anche a Milano, attraverso i canali delle enoteche. E lo vendiamo anche a Parigi, a Londra, in giro per l’Europa».

Cosa vuole rappresentare come messaggio culturale?
«Vuol essere un chiavistello per aprire porte che, a oggi, il Freisa non è stato capace di aprire. Il Freisa compie quest’anno cinque secoli (la prima notizia storica è del 1517), ma ancora poco conosciuto fuori confine. E il “Vigna Villa della Regina” ne vuole essere un alfiere. La sua promozione poi è passata attraverso il gemellaggio con gli altri due vini cittadini: Parigi, a Montmartre, dietro il Sacro Cuore, e Vienna dentro il castello di Schönbrunn. Per noi, poi, è quasi un figlio: abbiamo un legame affettivo. Ho seguito il progetto sin dall’inizio e curato nei minimi dettagli».

Quali sono i numeri del Freisa?
«La produzione globale delle cinque Doc piemontesi, la nostra è quella di Chieri, arriva al milione e mezzo di bottiglie. Principalmente resta in Italia per l’85 per cento. Noi abbiamo gran parte dei vigneti sulla Collina di Torino: con la nostra azienda nell’ultimo anno stiamo lavorando in modo interessante con il Nord Europa e stiamo cercando di approcciarci di nuovo agli Usa. Mercati svezzati».

Come si presenta al naso e al palato il Freisa «Vigna Villa della Regina»?
«Al naso i sentori prevalenti sono quelli di piccoli frutti rossi, ribes, lampone, viola e rosa canina. In bocca ha un suo carattere, ma un tannino morbido. Un sorso lungo, con finale acido che fa venire voglia di bere un secondo sorso. Normalmente il Freisa si beve giovane, a tutto pasto, ed è conosciuto per la freschezza. Il “Villa della Regina” è invece di lungo invecchiamento: acidità e freschezza rimangono, ma con la maturazione di cinque-sei mesi nelle botti di rovere e un affinamento di un anno in bottiglia diventa strutturato: non muscoloso ma elegante grazie anche al terreno calcaraeo».

Che cosa appare in etichetta?
«È un po’ particolare: c’è un color rosa Savoia con una corona della regina e la dicitura Freisa di Chieri, Vigna Villa della Regina».

È apparso in qualche manifestazione o evento legato alla città di Torino?
«È quasi sempre sulle tavole in vari eventi organizzati dal Polo Museale del Piemonte».

Cosa beve chi beve il «Vigna Villa della Regina»?
«Un sorso di storia e cultura sabauda. È un vino che ha secoli, anche se è giovane».