Da vitigno quasi estinto a vino simbolo dei Colli Tortonesi, il vignaiolo Walter Massa ha puntato sul Timorasso e ora può dire di aver avuto ragione

A convincerlo a produrre quel vino e rilanciare quel vigneto sull’orlo dell’estinzione fu, nel 1987, un contadino del posto che, in stretto dialetto piemontese, gli disse: «pianta quella vigna che fai il vino più buono del mondo». Il vino è il Timorasso, vite autoctona a bacca bianca del tortonese, in provincia di Alessandria, coltivato fin dal Medioevo, più importante bianco del Piemonte fino agli anni ’30 ma, dopo la Seconda Guerra Mondiale, interessato da un declino che lo aveva portato fin quasi alla sparizione, complice lo spopolamento delle valli e il maggior interesse per il Cortese, specie di Gavi, che sul mercato tirava di più. Chi lo ha ripreso e rilanciato è Walter Massa, enologo, produttore e titolare della cantina Vigneti Massa di Monleale, che ha dovuto lottare non poco per difendere la sua “creatura”.

Ha voluto sfidare tutti e ha dato vita a un grande bianco capace di invecchiare

«Non piaceva ai vecchi, produceva poco e anche in maniera altalenante – ha raccontato durante un suo intervento a una degustazione Fisar – Il Cortese e il Barbera rendevano molto di più ed erano richiesti sul mercato. In più la filossera ne aveva distrutto quasi tutti i vigneti. Era finito a fare il vino da taglio per altri bianchi». Insomma, un disastro. E scarse possibilità di successo. Massa, al contrario, nonostante «sia mio padre sia mio zio fossero decisamente contrari», ci ha creduto e, seguendo il suggerimento di quel vecchio contadino (soprattutto approfittando del fatto che, un giorno, il padre era in ospedale e lo zio a fare alcune visite mediche), nel 1987 ne ha piantate 400 viti ottenendo 560 bottiglie. «È stata una sfida. Specie tenendo conto del fatto che vendevo ogni bottiglia a 7200 lire. Il Cortese era a 2500».

Una sfida che, all’epoca, poteva apparire più una pazzia. Ma né pazzia né estro mancano all’istrionico viticoltore alessandrino, che durante la serata ha condito le spiegazioni con mille aneddoti e aforismi un po’ suoi (tipo: «un enologo può dirsi tale quando prende una laurea in filosofia») e un po’ presi qua e là. Messosi alla testa di un manipolo di produttori ‘pazzi’ come lui, tra le rimostranze del papà e dello zio, dopo quel primo esperimento, nel 1990 ha avviato una nuova vigna di un ettaro, orientata a sud-ovest, su una collina della zona denominata «Costa del vento», oggi una delle migliori cru del Timorasso. Ed è andato avanti.

«Nel 1992 ho iniziato a produrre. Nel 1993 ho piantato un altro ettaro». E poi ha vinto: lentamente, negli anni, il Timorasso ha ripreso vigore e, dalla quasi estinzione, si è affermato con pieno successo. Oggi ha una Doc specifica e ha ottenuto diversi riconoscimenti e premi su guide e riviste di settore. «I produttori adesso sono una trentina, vantiamo 93 ettari di vigneti. Il Gattinara ne ha 101» spiega con orgoglio Massa, che di quegli ettari ne possiede 12 a 300 metri di quota con cui fa 60 mila bottiglie l’anno. Insomma, una sfida vinta in cui lui ha creduto. E crede tuttora: «nel futuro i vigneti aumenteranno sicuramente» dice senza tentennamenti.

Vino che deve ancora fare strada sul mercato, ma che ne ha già percorsa parecchia, il Timorasso si presenta limpido, di colore paglierino, con un tipico sentore minerale che lascia poi spazio ad aromi di frutta bianca, anche tropicale, e fiori bianchi; ha un sapore intenso, ricco di aromi e una buona persistenza. Con l’andare degli anni, però, acquisisce uno splendido colore dorato con sfumature quasi ambra, un’alcolicità notevole (arriva senza problemi ai 14° gradi) e una rotondità di gusto che lo rendono eccellente ed equilibrato.

Massa lo chiarisce: «È un bianco particolarmente adatto all’invecchiamento». Tutto in bottiglia, in quanto «di legno non ne vede l’ombra», precisa. La degustazione prevedeva una verticale che arrivava fino al 2005 passando per 2014, 2012, 2010, 2008, 2009 e 2007. «Ci sarà un perché – sottolinea il vignaiolo – la Fabbrica del Duomo fece un contratto di fornitura di vini con Volpedo, che è poco distante da Monleale (è il paese di Pellizza, il pittore de “Il quarto Stato”)- E senza attendere risposte è lo stesso Massa a dire quel ‘perché’: «Erano vini di alta qualità».

Non di solo Timorasso vive Massa, però, che ha un’ampia produzione anche di Croatina. Vitigni tipici, propri della zona (anche se la Croatina arriva anche nel pavese). «Io ho voluto insistere su questi vigneti perché volevo dare un senso al mio territorio. Questa è la nostra produzione, quella dei Colli Tortonesi, della Val Curone, delle Valli Grué, Ossona e Borbera. Questo ho voluto fare».