L’alto Maceratese è pieno di ginestre, il resistente «fiore del deserto», come raccontava Leopardi. Macerata, nota per l’università del diritto nel Quattrocento e famosa nel Seicento per il barocco, oggi fa parlare di sé per la lirica, con i concerti all’Arena Sferisterio, lo stadio dove nell’800 si praticava l’antico sport della pallacorda. Nei pressi della città, sulle colline di Montanello, sorgono i vigneti dell’azienda La Floriana. Terreni sabbiosi e argillosi, che danno vini sapidi. Circa 24 ettari coltivati con vitigni autoctoni, Verdicchio, l’emergente Ribona, Montepulciano, Sangiovese, Malvasia. L’azienda madre si chiama Boccadigabbia e si trova a Civitanova Marche ed è, al contrario, focalizzata sui vitigni internazionali.

Il titolare Elvidio Alessandri: «Oggi per due terzi vendiamo gli autoctoni. È un cambio di moda, culturale, etico»

A Milano abbiamo incontrato il titolare Elvidio Alessandri, che ha presentato alcune etichette della Floriana presso il Savini Truffle Restaurant. Ubicato nello splendido Hotel NH Milano Palazzo Moscova, l’attuale albergo un tempo era una stazione ferroviaria che collegava Milano a Monza (fu la seconda linea ferroviaria dopo la Napoli-Portici).

Elvidio Alessandri viene da una famiglia di imprenditori del settore calzaturiero di Civitanova e del Maceratese. Negli anni ’50 il padre, che si occupava di pelli, aveva comprato il podere Boccadigabbia, appartenuto alla famiglia Bonaparte, tanto che Napoleone III vi piantò i vitigni francesi. Di qui la scelta di puntare sugli internazionali sostituendo i vari Montepulciano, Sangiovese e Trebbiano. Nel ’96, sull’onda del successo, l’acquisto nel Maceratese di Villamagna, oggi chiamata tenuta La Floriana, dai conti Compagnucci Compagnoni Floriani. Questi erano gli eredi di Pietro Paolo Floriani, noto architetto militare (fu tra gli ingegneri che progettò le mura di Ferrara) e scenografo, che piantò il vigneto nel 1626. Da allora, insomma, c’è sempre stata la coltivazione della vite. «Dietro un vino in Italia c’è sempre una storia» ha ricordato Elvidio Alessandro.

A spiegare le strategie dell’azienda è intervenuto l’enologo Emiliano Falsini. «Il progetto La Floriana nasce nel 2013 e punta a lanciare gli autoctoni. Già lo facciamo da anni con alcuni vini, Le Grane, la nostra Ribona classica, e il Rosso Piceno (un blend di Sangiovese e Montepulciano). Abbiamo però voluto alzare l’asticella. La Floriana vuole essere il non plus ultra del Maceratase rivolto ai vitigni autoctoni. L’idea è cercare di tirar fuori da questo territorio il meglio».

«Da subito – ha chiarito – è stata improntata su varietà locali, il bianco per eccellenza, la Ribona (o Maceratino), poi il Verdicchio, già presenta nella zona; quindi il Montepulciano, il vitigno dell’Adriatico, il Sangiovese e il Rosso Piceno. Oltre a un po’ di Malvasia. L’azienda madre, Boccadigabbia, continua, invece, a focalizzarsi su vitigni internazionali, Cabernet, Merlot, Chardonnay, Pinot Grigio e Pinot nero. E da quest’anno il Pinot Nero».

L’azienda complessivamente produce 150mila bottiglie da 7 ettari coltivati a Civitanova e 25 a Macerata. L’export incide dal 60 all’80 per cento con Giappone, Usa, Nord Europa e Svizzera i mercati principali. Della quindicina di etichette, quella che fa più volumi è il Rosso Piceno. «C’è stato un crollo sugli internazionali – ha rilevato Elvidio Alessandri – Un cambio di moda: oggi per due terzi vendiamo gli autoctoni. È un cambio culturale, etico».

Niente bio ma lotta sostenibile. Le vigne hanno una media di 20-30 anni. Bianchi e rossi utilizzano la barrique. «Abbiamo però ridotto l’apporto del legno nuovo – specifica l’enologo –, anche sulla casa madre. Non vogliamo che sia prevaricante ed evitiamo il carattere boisée. Sul bianco usiamo il 50% di legno nuovo; sul rosso il 30 per cento, il resto secondo e terzo passaggio». La barrique va mediamente dai 12 a i 15 mesi per i rossi e 10-12 mesi per bianchi. Per i rossi si utilizzano lieviti indigeni, mentre per i bianchi solo quelli selezionati.

Degustazione – Abbiamo testato due etichette della Floriana (15mila bottiglie l’anno) abbinate a un menu preparato dal Savini Truffle Restaurant. L’etichetta 2016 di Marche Bianco (65 per cento Verdicchio e 15 per cento Ribona) ha accompagnato una tartare di Fassona. La componente minerale e la freschezza emergono in un vino non eccessivamente impegnativo. Molto più accentuata la barrique, la massa glicerica e la profondità, nella versione Marche Bianco 2015 (annata calda ma non siccitosa) dove la Ribona sale al 30 per cento, servita con un tagliolino al tartufo bianco pregiato. «La barrique – ha comunque ribadito l’enologo – deve essere vista come uno strumento per migliorare, in certi casi, o dare interpretazioni diverse del vino. Non la vogliamo prevaricante e deve essere in perfetta armonia con il prodotto, dare longevità e capacità di invecchiamento».

Le Grane 2017, la storica Ribona di Boccadigabbia, ha tra l’altro recentemente meritato le Quattro Viti Ais. «L’idea è aumentare la Ribona e fare anche una riserva – ha annunciato Elvidio Alessandri – Per ora siamo sui 6 ettari e diventeranno una decina».

Abbiamo quindi degustato il Montepulciano in purezza, annata 2013 abbinato a un uovo cotto a 62 gradi su crema di pecorino, cicoria saltata e tartufo nero. L’interpretazione è sorprendente. Il vino gioca sulla dolcezza del tannino e del frutto e la grande capacità invecchiamento. «Non è scorbutico, la nota è morbida: nessuna asperità, nessun cazzotto sui denti» ha sottolineato Elvisio Alessandri. «Nell’immaginario è rustico – ha spiegato l’enologo – noi lo abbiamo reso più piacevole, selezionando i grappoli e appassendolo leggermente per 40-45 giorni».

La sfida è importante, gli autoctoni tirano ma c’è molta concorrenza (sono almeno 800 in Italia). E la difficoltà è saperli comunicare all’estero. Per le Marche, conosciuta prevalentemente per il Verdicchio, non è facile farsi largo tra regioni colosso. «Per molti è The dark side of Italy – ha scherzato Elvidio Alessandri – Io faccio vino per cultura: l’input l’ho avuto guardando le trasmissioni di Ave Ninchi con Angelo Paracucchi in cui anche il cibo era considerato tale».