Sulla sicurezza alimentare controlli continui di Carabinieri e Guardia di Finanza, ma le agromafie sono in crescita e l’Ue non si è ancora dotata della definizione comune di frode alimentare. E intanto la Cina stringe accordi con l'Italia per portare le nostre conoscenze in Oriente

Tirare le somme del dopo Expo e fare il punto su un tema fondamentale nella tutela del made in Italy, la lotta alla contraffazione alimentare nei suoi multiformi aspetti (contraffazione dei marchi, sofisticazione, adulterazione, alterazione, italian sounding). È stato l’argomento al centro della quarta edizione del Salone internazionale della ricerca, innovazione e sicurezza alimentare, di cui è presidente Andrea Mascaretti, che si è svolto a Milano. Al nutrito convegno (più di una ventina i relatori), organizzato dalla Società Umanitaria, hanno partecipato i principali attori delle politiche alimentari (assente, causa impegni di governo, il ministro Martina): rappresentanti delle forze dell’ordine (Carabinieri e Guardia di Finanza), delle associazioni di categoria (Coldiretti, Confagricoltura, Assica), della politica (Regione Lombardia); esponenti del mondo scientifico e delle realtà produttive (dal consorzio di tutela del Grana Padano a quello della qualità della carne bovina), tecnici e operatori impegnati a vario titolo nel settore.

Avere tanti controlli non vuol dire che siamo un Paese di truffatori

Secondo una recente ricerca del ministero dello Sviluppo Economico, effettuata in collaborazione con Censis, la contraffazione alimentare nel nostro Paese vale oltre un miliardo. Al dato si devono aggiungere i circa 14 miliardi fatturati dalle agromafie, e i circa 60 miliardi di mancato introito al settore agroalimentare (119 miliardi, il 14 per cento del Pil) a causa del cosiddetto fenomeno dell’Italian sounding. I numeri comunicati dal colonnello Giovanni Di Blasio, vicecomandante dei Carabinieri per la tutela della salute, sono esemplificativi. Circa 125mila controlli sono stati eseguiti dai Nas dal 2012 al primo semestre 2015, relativamente alla sicurezza alimentare, di cui il 35 per cento con esito di non conformità (spesso dovuto a cattive condizioni igieniche, dubbia provenienza degli alimenti). Una percentuale apparentemente d’allarme: in realtà sconta il fatto che molti di questi blitz sono mirati, dunque hanno buona probabilità di andare a segno. «Questi dati – ha specificato il colonnello Di Blasio – confermano che l’Italia è il Paese dove ci sono più controlli e non dove ci sono più frodi». Come non bastasse, il governo è pronto a riformare i reati agroalimentari, prevedendo un giro di vite per i più significativi, tra cui quelli che passano attraverso Internet, aspetto su cui anche i Nas hanno chiesto maggiore attenzione.

Il magnifico mondo del «tarocco» alimentare (quello che magicamente fa saltare fuori l’olio d’oliva mescolando clorofilla all’olio di soia) rischia di produrre effetti anche gravi alla salute. L’operazione «pesce d’aprile» dei Nas, come ha ricordato il colonnello Di Blasio, ha portato al sequestro di 600 litri di cafodos. Un additivo venduto anche in Internet, utilizzato per ravvivare il pesce non fresco, soprattutto quello «azzurro». Una sostanza molto pericolosa, perché l’istamina rilasciata dal pesce avariato è in grado di provocare uno shock anafilattico.

Sui controlli anche i numeri della Guardia di Finanza, che coopera a livello internazionale con Interpol ed Europol, non sono da meno. Nel quinquennio 2009-2013 la Gdf – ha comunicato il tenente colonnello Giampaolo Querqui, comandante del gruppo tutela mercato beni e servizi della Guardia di Finanza di Milano – ha sequestrato 38mila tonnellate e quasi 38mila litri di alimenti contraffatti o comunque recante un’etichetta ingannevole sull’origine o sulla qualità del prodotto. Sul tema anche i cittadini possono diventare operatori di sicurezza partecipata. Un apposito sito indica a chi rivolgersi per delle segnalazioni e dà suggerimenti e utili consigli per non farsi truffare.

Le associazioni di categoria, pur essendo soddisfatte dei controlli, chiedono chiarezza nell’etichetta. Coldiretti sul punto ha fatto una battaglia, dimostrando come nel mondo il falso made in Italy continui a proliferare. Alessandro Rota, presidente di Coldiretti di Milano, Lodi e Monza Brianza ha ammonito che il Parmigiano «tarocco», e altri esempi simili, continuano a circolare, mentre il trend di penetrazione delle agromafie è purtroppo in crescita. Come non accenna a diminuire il fenomeno dell’italian sounding, talora attuato «in buona fede» da emigranti italiani che sentono ancora il legame con la loro terra, come ha sottolineato Antonio Boselli, presidente di Confagricoltura Milano, Lodi e Brianza. «Un problema cui si risponde – ha sottolineato Boselli – con i trattati bilaterali, come è avvenuto con il Canada, più che alzare le barriere del protezionismo».

Un paradosso europeo è che molti prodotti dell’italian sounding sono made in Germania o in altri Paesi Ue. Come è un paradosso che, pur essendo la contraffazione entrata nella Carta di Milano dell’Expo, non ci sia nell’Ue ancora una «definizione comune di reato di frode agroalimentare», come ha evidenziato Daniela Mainini presidente del Centro studi anticontraffazione. Ben funzionante è invece il Sistema di allerta rapido per gli alimenti, oRapid Alert System for Food and Feed (Rasff), in vigore all’interno della Comunità Europea dal 1979, che consente il rapido ed efficace scambio di informazioni tra gli Stati membri e la Commissione nei casi in cui si rilevino rischi per la salute umana nella filiera degli alimenti e dei mangimi. Interrogando il database – ha fatto notare il professor Vittorio Dell’Orto capo di dipartimento di Scienze Veterinarie per la salute, la produzione animale e la sicurezza alimentare presso l’Università degli studi di Milano – si scopre che su 544 casi in cui è stata attivata un’allerta per un prodotto alimentare in Italia, «solo per 97 episodi il prodotto notificato era di provenienza italiana», mentre «per la maggior parte era di derivazione cinese».

«La sicurezza alimentare è un pre-requisito – ha ricordato Massimo Giubilesi, presidente dell’ordine dei tecnologi alimentari di Lombardia e Liguria – il cibo prima non deve fare male. Nell’ultimo decennio stanno purtroppo entrando nel nostro Paese prodotti di cui si perdono le tracce». Di fonte a un fenomeno che richiede un approccio multidisciplinare al contrasto, è interessante sapere che oltre al metodo classico per la riconoscibilità di un prodotto contraffatto possa venire in aiuto anche l’utilizzo del dna, anche nell’ottica del novel food prossimo e venturo, come ha ricordato Valentina Gualdi, facility manager genomics core, presso il Parco tecnologico padano di Lodi.

È stata, infine, anche l’occasione per tirare le somme di Expo, sui cui numeri è ancora aperta la discussione. Per un bilancio più corretto andrebbe tenuto conto l’indotto non quantificabile, quello delle relazioni e dei contatti acquisiti. «L’onda lunga di Expo andrà avanti negli anni, tantissime delegazioni di imprenditori stanno venendo in Italia a concludere affari» ha detto Claudia Sorlini, presidente del comitato scientifico le università per Expo. E a sorpresa «è stata soprattutto la Cina, quella Cina che è anche a caccia di marchi agroalimentari tricolori, ad aver chiesto all’Italia colloqui, tramutatisi anche in accordi, proprio sul tema della sicurezza alimentare» ha rivelato il vicepresidente della Regione Lombardia, Fabrizio Sala. Notizia che conferma come l’Italia sia considerata il modello nel mondo per il controllo sugli alimenti.