Sandro Boscaini, presidente di Cantine Masi e di Federvini, è oggi l’ambasciatore nel mondo del vino Amarone, emblema della viticoltura veneta

C’è un vino italiano nel mondo che, con pochi altri, è sinonimo di lusso, l’Amarone. Un «gigante gentile», con aromi complessi e completi, ma versatile che piace anche alle donne per la sua gradevolezza. È il simbolo della Valpolicella, un’«isola» nel Veneto, con la sua luce speciale che risente dell’influenza del Garda. Un vino moderno dal cuore antico. Conosciuto già al tempo dei romani come Reticum e ricavato con la stessa tecnica dell’appassimento. E che solo dagli anni ‘90 si è affrancato da un nome che creava confusione: Recioto Amarone. Il suo vate è Sandro Boscaini, presidente di Masi Agricola e Federvini, conosciuto come «Mister Amarone». È grazie a lui, alle sue innovazioni, che da vino ossidato, semidolce e alcolico, è diventato un’icona del vino italiano nel mondo. «Ѐ un vino che sa di carne, più da mangiare che da bere – ha raccontato a Milano alla presentazione della seconda edizione di «Mister Amarone. Un uomo e un vino dal Veneto al mondo» di Kate Singleton, edito da Mondadori Electa – È ricco, barocco. Dà l’illusione della dolcezza e finisce con un tocco di amaro che invita di nuovo a berlo: questo è il suo timbro».

Presidente, l’Amarone è il vino simbolo di Masi Agricola.
«Siamo l’unica azienda che ha cinque Amaroni. La mia famiglia ha acquisito il primo vigneto in Valpolicella Classica nel 1772. E tra l’altro la tenuta che era nelle proprietà dei Conti Serego Alighieri, discendenti di Dante. Le differenze sono notevoli tra uno e l’altro. Campolongo di Torbe nasce da terreno vulcanico: è sapido, minerale e molto rotondo. Mazzano è in alta collina, un terreno scosceso: è un vino più austero e meditativo. Vaio Armaron ha il senso della storia e due particolarietà. Ha l’uva Molinara preservata negli anni dalla famiglia Serego Alighieri: dà vibrazione, acidità e speziatura ed è stata ingiustamente abbandonata perché dà poco colore. È poi forse l’unico vino al mondo invecchiato in fusti di ciliegio, una tradizione antica della famiglia. Il ciliegio è ancora oggi la seconda produzione della Valpolicella. Amarone Costasera è il più venduto al mondo: le coste guardano al tramonto, è la parte più bella che ha il sole fino alla sera: a ovest c’è il Lago di Garda, con un clima più mite e più luce. La riserva ha invecchiamento più lungo e nell’uvaggio c’è anche l’Oseleta, un’uva antica che abbiamo riscoperto: gli dà una marcia in più, uno stile che altri non hanno».

Sono prodotti bio o da agricoltura convenzionale?
«Tutti convenzionali, anche se usiamo il protocollo bio: niente diserbanti o concimi chimici. Utilizziamo solo rame e zolfo, dunque lo saremmo a tutti gli effetti. Non ci certifichiamo, a differenza di nostri vini che produciamo in Toscana, Argentina e per il Prosecco Canevel che abbiamo acquisito. Questo perché le uve dell’Amarone devono essere di integrità assoluta. E dobbiamo avere una sorta di clausola di salvaguardia per le condizioni avverse. La sostenibilità ce l’abbiamo tutta».

Usate la barrique?
«No, matura in fusti veronesi di rovere: un’invenzione di trent’anni fa del nostro gruppo tecnico: la misura è grosso modo di tre barrique, oltre 600 litri. Cede meno legno. L’Amarone è complesso e originale, mettere tanto legno non ha senso. Gli dà quel tocco di gentilezza tipico del legno ma non disturba l’originalità del prodotto».

Come descriverebbe a livello emozionale il suo Amarone?
«L’Amarone è un vino moderno dal cuore antico. Prevalgono i sentori della ciliegia sovramatura e prugna appassita e dopo qualche anno di invecchiamento quelli intriganti della frutta macerata sotto spirito. Con il tempo emergono le note balsamiche, tabacco, liquirizia nel finale e il pepe a seconda del terreno. Per esempio nel Mazzano».

Usate anche un lievito «della casa», altra unicità.
«Siamo tra i pochi al mondo a farlo con nostri leviti selezionati nella fauna indigena delle nostre cantine. Siamo partiti da una selezione di massa con l’Università di Verona, uno studio durato otto anni. Per poi individuare i 12 migliori e da lì i tre. Sono stati coltivati dalla Lallemand, in Canada, la massima azienda al mondo sui lieviti. Li stiamo usando in esclusiva per tutti nostri vini che vengono dalle uve appassite».

Quando dura l’appassimento sui graticci di bambù per produrre l’Amarone?
«Per noi va sempre dai 90 a 120 giorni, fino a fine gennaio o febbraio. Per disciplinare, purtroppo poco più di un mese: una follia. E la differenza si sente nel senso di sviluppo di sentori. Che derivano dagli attacchi di muffe nobili».

Perché è chiamato Mister Amarone e perché l’Amarone è simbolo del lusso del vino nel mondo?
«Mister Amarone, mi ci trovo bene in quel pantalone! Io ci ho scommesso quando in pochissimi ci credevano. Ho capito che la scintilla per far riaccendere la passione passava da un aggiornamento tecnico e poi con il raccontare una storia unica. Il vino è fatto di storytelling di un territorio e un paesaggio. Oggi purtroppo è stata allargata la zona oltre la Valpolicella classica. Nonostante questo la produzione è originalissima e denota preziosità e ricerca. Noi siamo conosciuti nel mondo. È un vino che ha un buon grado di eleganza e gentilezza, piace anche alle donne. Ha un mix di caratteristiche che lo accostano al concetto di lusso, ma accessibile. Se lo può permettere chi ama una cosa pregiata».

Quanto conta l’export per il vostro Amarone?
«Per il 90 per cento ed è presente in 128 Paesi. Usa in prevalenza, Canada, Svizzera, anche il Nord Europa. I mercati freddi lo apprezzano di più. Fa parte dei pochi vini del lusso e piace anche a Oriente, Giappone, un mercato consolidato, pian piano anche in Cina. La Russia sta ritornando quella che era prima delle sanzioni».

L’accordo di libero scambio con il Canada ha portato qualche vantaggio?
«Sì, ho avuto modo di incontrare il presidente del monopolio dell’Ontario e del Quebec al Vinitaly: erano molto contenti. I prezzi saranno mitigati e ci fa bene».

A che punto siamo con la storia dell’etichetta sul vino che vuole la Ue?
«Non è ancora risolta. È un eccesso di informazione che non vuole nessuno. Sono accaniti su questa volontà. Ma il vino è un prodotto della natura. Non c’è nulla se non i solfiti aggiunti e noi tra l’altro stiamo al minimo di legge. Con vini così alti di gradazione alcolica non ce ne è bisogno. Come presidente di Federvini stiamo lavorando affinché ci sia il massimo di trasparenza ma non in etichetta dove ormai non ci sta più nulla».

L’accordo fallito di libero scambio con gli Usa è un’occasione persa?
«Non è stata una bella cosa. È andato un po’ nel dimenticatoio perché speriamo che non ci venga addosso qualcosa di peggio. Il libero scambio purtroppo non viene sempre visto come arricchimento anche culturale: è invece spesso inteso come forma di egoismo».

È soddisfatto del lavoro dell’Ice?
«Ha avuto delle situazioni belle e altre meno belle. Negli ultimi anni l’ho visto più impegnato con il Mise e in particolare in un progetto interessante e specifico per il vino in Cina e Usa che va oltre gli aiuti dell’Ocm. È attualmente in corso ed è stato fatto con l’aiuto della produzione, Federvini, Unione italiana Vini e Federdoc. Mi sembra che l’Ice si stia muovendo oggi con maggiore precisione e facilità»

Sta emergendo un trend che premia gli autoctoni a dispetto di una certa stanchezza verso gli internazionali.
«Sicuramente ed è un trend che ci sta favorendo. C’è ricerca verso qualcosa di originale e autentico. L’Amarone connota il territorio da secoli, non solo con la stessa uva (Corvina, Rondinella, e per noi anche Molinara e Oseleta) ma anche per il metodo, quello dell’appassimento che deriva dai romani. Un prodotto così non c’è».