Il fondatore di Diesel, Renzo Rosso, da vent’anni produce vini di nicchia di taglio internazionale. «Il mio sogno è creare il primo atelier del vino»

«Be stupid», «Go with the flaw». Renzo Rosso, fondatore e azionista di Diesel, gruppo di abbigliamento che oggi controlla grandi marchi di moda, ha conquistato successo con i suo jeans («il genio del jeans» lo ha definito il New York Times) e capi che trasmettono messaggi disruptive. Figlio di agricoltori, da quasi vent’anni produce vino, dove cerca ugualmente di innestare idee nuove in un «ambiente conservativo». Come il sogno del «primo atelier del vino», che crei bottiglie su misura per un ristorante, come un abito prezioso.

«Moda e vino vanno insieme quando il vino diventa d’élite e non è più prodotto di grande distribuzione»

Diesel Farm è una piccola biosfera sulle colline di Marostica, tra la zona prealpina e l’alta pianura vicentina. Circa 103 ettari di superficie aziendale, tra pascoli, olivi, alberi da frutto, di cui 5,5 ettari di vigneto coltivati a Chardonnay, Pinot Nero, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. La produzione è di nicchia, 15-20 mila bottiglie (distribuite dal Gruppo Meregalli) con export in Giappone, Usa e grandi capitali europee. La gestione è in biologico con incursioni in biodinamica (lieviti indigeni). «Il Celebrating 55 (Chardonny e Pinot Nero) è un metodo classico, ideato per i 55 anni del signor Rosso – racconta Umberto Marchiori, enologo di Diesel Farm – 24 mesi minimo sui lieviti (c’è anche una versione di 55 mesi) e lieve passaggio in barrique. Renzo Rosso è estimatore delle bollicine metodo classico. L’essere su suoli di basalto, in zona quasi prealpina, permette l’espressione di fragranze molto crude, glaciali. In gamma abbiamo poi il Pinot Nero (Nero di Rosso), lo Chardonnay in purezza (Bianco di Rosso) e l’uvaggio bordolese (Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot)».

Abbiamo degustato i vini Diesel Farm in occasione dell’ultima Milano Wine Week e abbiamo avuto modo di apprezzarne l’eleganza, indice di un lavoro certosino in vigna e cantina. Diesel Farm nasce negli anni ’90 dal recupero di un luogo magico, sottratto alla speculazione edilizia. Allora gli internazionali erano di moda, di qui la predilezione. «Oggi stiamo pensando di integrarli con degli autoctoni – annuncia Marchiori – L’innovazione passa attraverso la biodiversità e visione olistica. Abbiano scoperto che fino a 4,5 gradi alcol riusciamo a fermentare con lieviti che non sono saccaromiceti e non c’entrano niente con il mondo del vino convenzionale».

«Siamo convinti – aggiunge – che il vino del futuro sia sapore e leggerezza. Vuol dire ottenere un gusto identificabile, con personalità, senza scendere a compromessi con l’uso di ingredienti esterni. Questo porta a benessere e digeribilità». Oggi i vini Diesel hanno carattere: sono a volte irruenti e rustici, ma autentici, veri. Su quello che significano, abbiamo sentito direttamente il patron.

Renzo Rosso, cosa spinge tanti imprenditori, uomini di cultura e spettacolo a tornare alla terra?
«Io sono figlio di contadini: quando ero piccolo producevo il vino con mio padre, mi ricordo i grandi tini. Un giorno ho avuto il desiderio di avere una fattoria mia. E la fortuna di conoscere un grande enologo come Roberto Cipresso, che mi ha convinto a fare il vino. E poi il suo braccio destro, Umberto Marchiori, che oggi lavora per noi».

Oggi il fattore green sta facendo da collante a mondi apparentemente lontani, come la moda e il vino: si producono tessuti con scarti agricoli e si cercano filati sempre più naturali. Diesel Farm va oltre il bio, verso il biodinamico con uso anche di lieviti indigeni.
«Da quest’anno siamo 100 per cento bio, sono orgoglioso di questa scelta maturata grazie al mio ingresso con una quota azionaria importante in NaturaSì dove ho conosciuto un mondo che ignoravo. Con il cibo bio vedi in due settimane come cambia la pelle dei bambini. È proprio vero che tu sei quello che mangi (citazione da Ippocrate, ndr). Anch’io, nonostante la vita complicata che faccio, con un’alimentazione sana riesco a mantenermi bene».

Diesel ha rotto gli schemi e celebrato l’imperfezione: dove troviamo questo lato disruptive nel vino?
«All’inizio nell’immagine grafica, realizzata dai creativi che lavorano con me in azienda. La bottiglia doveva essere un oggetto cult, capace di conquistare chi la vedeva in un ristorante. Poi per il contenuto mi sono circondato da persone capaci. Dapprima siamo partiti con euforia, sulla scia della moda. Il mondo vinicolo ci ha massacrati: è molto conservativo e non ha la voglia del cambiamento. Allora abbiamo cominciato a lavorare, facendo cose incredibili. Il Rosso di Rosso ha già 93 punti di Robert Parker e le ultime barrique sono ancora di valore più alto. Il mio sogno è arrivare a una follia, il primo atelier del vino. Un blend personalizzato per un ristorante, come un abito su misura».

Oggi si cercano i vitigni autoctoni, vera espressione del terroir: i vini Diesel Farm nascono invece da vitigni internazionali, Pinot Nero, Chardonnay, Cabernet. Una scelta classica partorita da un’azienda anticlassica.
«In realtà è come per la moda. Alla fine le cose più di successo sono i capi di moda classici che vengono trasformati con un tocco di modernità. È quello che sto facendo anche nel vino».

Il vino Diesel Farm è tagliato su misura per chi?
«Per me. Anche nell’abbigliamento il primo consumatore sono io stesso. Il vino funziona alla stessa maniera: noi che lo produciamo siamo innamorati di quello che facciamo. E vogliamo diffonderlo».

La Cina rappresenta il mercato del futuro per il vino, ma l’Italia fatica a imporsi in un Paese dominato dai francesi. La moda italiana, legata al vino, può essere il cavallo di troia?
«Francia e Italia sono in simbiosi, hanno vini e moda fantastici. Noi nel nostro piccolo stiamo avendo soddisfazioni. Moda e vino vanno insieme quando il vino diventa d’élite e non più prodotto di grande distribuzione».