Porto Roca è un hotel-ristorante nel borgo delle Cinque Terre a strapiombo sul mare da cui si gode una vista strepitosa su uno dei più bei panorami liguri

«What a wonderful trip!» Il turista americano esce divertito dal taxi dopo una breve ma vertiginosa salita lungo una strada strettissima scolpita nella scogliera, a strapiombo sul mare. Siamo all’Hotel-ristorante Porto Roca, a Monterosso, paese delle Cinque Terre, nel Levante Ligure. Il nome deriva dal porticciolo di roccia naturale con cui i pescatori indicavano la località costiera dietro Punta Corone. Il borgo antico è a due passi: nella piazzetta spicca la parrocchiale di San Giovanni Battista con la tradizionale facciata gotica in marmo bianco a bande orizzontali verdi e il magnifico rosone. La statua di San Francesco veglia dall’alto, sul colle di San Cristoforo, accanto all’omonima chiesa che custodisce una Crocefissione attribuita a Van Dick e annessa al Convento dei Cappuccini, un «Luogo del cuore» top del Fai (si sale dal porticciolo: una fatica meritata, la terrazza è mozzafiato).

Il ristorante, aperto anche ai clienti esterni, offre piatti della cucina ligure con qualche spunto innovativo

Il posto trasuda ricordi di Montale, frasi dagli Ossi di Seppia scritte sui muri, la sua Villa di soggiorno estivo che ancora si può ammirare nella zona di Fegina, verso Punta del Mesco. E poi quello scoglio, quasi un’icona, che si erge in mezzo a un mare azzurro così intenso, come trovi nel Conero. Monterosso va gustato osservandolo da ogni lato, meglio se dall’alto. L’Hotel Porto Roca (sulla Guida Michelin), meta che vi proponiamo, è perfetto per chi voglia assaporarlo da un angolo paradisiaco e vuole sperimentare qualcosa di differente nel panorama fin troppo omogeneo dell’ospitalità. La hall immette in una sala che pare di un’abitazione privata: oggetti di antiquariato ovunque, armature, sedie e tavoli appartenuti a castelli scozzesi.

Venne costruito, infatti, negli anni 60 come casa per la famiglia di Giacinto Jacazzi, milanese appassionato d’arte, che più tardi lo trasformò in albergo (un monumento nel giardino è dedicato all’«estroso creatore del Porto Roca»). Antico e moderno si fondono continuamente negli stili. Un’occhiata al bar conferma la scelta qualitativa degli spirits. Le grappe La Valdôtaine, l’Italicus, Seedlip, un profumatissimo distillato di erbe non alcolico, La Bireta, birra artigianale che in etichetta omaggia i paesi delle Cinque Terre.

Visitiamo le camere. Salendo le scale si passa davanti a una finestra che dà sul mare a strapiombo: vista romantica impagabile, dentro è tutto ovattato e là fuori le acque azzurre sono un incanto. È lui il protagonista: delle 43 stanze gran parte sono dotate di balconi o terrazze da cui si gode di una vista superba. La direttrice Graziella De Conti, gentilissima e professionale, ci mostra le ampie suite (42 mq), le junior suite e le nuove top junior caratterizzate da arredamenti più moderni. «Abbiamo molti turisti stranieri, dagli Stati Uniti, Australia, Asia: ognuno ha un’esigenza diversa».

Proseguiamo il tour con l’area piscina, che si affaccia su una piccola baia riparata. L’Hotel è l’unico delle Cinque Terre ad averla ed è qualcosa di fantastico. A sfioro sul mare (e con acqua di mare), le colonne sono in elegante pietra di cava di Levanto. Intorno si vedono i terrazzamenti per le vigne costruiti con muretto a secco. Acqua e cielo si confondono sull’orizzonte. Qui si serve l’aperitivo per gli ospiti, da sogno. Decidiamo di catturare il momento magico degustando uno Sciacchetrà, raro passito simbolo del territorio. Un nettare.

Ci viene mostrato un altro magnifico belvedere per eventi, dietro passa il sentiero che in un’ora e trenta minuti di camminata conduce a Vernazza. Ci spostiamo all’area ristorazione. Nella bella stagione si pranza e si cena nell’ampia terrazza che dà sulla baia e sul paese. Qui si serve anche una curata colazione (c’è anche l’area bio e per il senza glutine) L’atmosfera di relax è impareggiabile. La pace da quassù è sovrana. Tra interno ed esterno sono circa 200 posti. «Non ci si rende conto di quanto l’Italia sia un sogno». Meditiamo sulle parole del maitre Simone De Renzo mentre attorno a noi ci sono ospiti da ogni parte del mondo.

La favola è che il ristorante non è esclusivo per i clienti dell’hotel, ma aperto a chiunque e offre oltre a diversi piatti à la carte, sia un menu degustazione (50 euro) sia una proposta turistica (30 euro). Conosciamo l’executive chef, Paolo Mari, 53 anni, che guida una brigata di sei persone in cucina. Ci sono ragazzi svegli, alcuni hanno lavorato alla Locanda dell’Angelo ad Ameglia (una stella Michelin). Mari ha alle spalle una lunga esperienza spesa soprattutto tra l’Emilia-Romagna (Ferrara e Bologna) e il Veneto. Gli chiediamo della cucina. «Tradizionale con qualcosa di innovativo» ci preannuncia. Saggiamo alcuni piatti del locale partendo dalle irrinunciabili alici proposte in una composizione: con ricotta e crema di basilico; con la classica bruschetta; marinate e servite con terra di olive verdi e bacche di Sichuan. Accompagniamo con un Cinque Terre Costa da’ Posa dalla bella acidità e sapidità. In carta le etichette sono una sessantina, tra cui il maître consiglia i vini di Cantine Lunae, dall’emergente Albarola al Vermentino Etichetta Nera, entrato nella top hundred di Wine Spectator.

Passiamo a un piatto culto, i gustosi taglierini alla monterossina fatti in casa, pasta all’uovo dalla tipica forma rettangolare. La bisque è preparata con gamberi freschi di Viareggio e Santa Margherita, poi sugo di pomodoro, pomodorino fresco e alla fine una mantecatura con pesto classico home made con basilico di Prà. «È la semplicità che colpisce: con poco devi saper fare tanto». Sforna saggezza lo chef. Passiamo al pesce, altro must del locale. Filetto di branzino alla ligure, accompagnato da salsa ligure di olive taggiasche nostrane, pinoli tostati, pomodorino fresco e prezzemolo. Prima della cottura in forno viene fatto un passaggio alla griglia per renderlo croccante esternamente. Molto buono. Il tocco è sempre locale e regionale, come è giusto che sia. In carta altri top sono le trofiette di Recco al pesto o i classici pansoti alla genovese con 50 per cento di borragine, 50 per cento di bietola da taglio, maggiorana, grana e uova. Per la carne, oltre alla solita Fassona, è tipica la Piccata di vitello (scaloppina) con limoni di Monterosso e patate sabbiose.

Proviamo un altro piatto di pesce. Filetto di orata del Golfo del Tigullio, mirepoix di verdure cotte a bassa temperatura, sottovuoto, a preservare colore e sapori, nero di seppia decorativa che dà anche sapidità, salsa di zafferano con rosa canina essiccata ad aggiungere profumo. Convincente anche nella presentazione.

Chiudiamo con un dessert profumato: limoni di Monterosso, limoncino, gocce di sciroppo di kiwi e crema chantilly. La mente, già inebriata, torna immancabilmente a Montale. «Qui delle divertite passioni per miracolo tace la guerra, qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l’odore dei limoni».