A Noto, Planeta, azienda simbolo del Rinascimento siciliano, punta su vitigni autoctoni come Nero d’Avola e Moscato Bianco prodotti in una cantina interrata che limita l’impatto ambientale. «Il bouquet del vino Santa Cecilia, Nero d’Avola in purezza, sprigiona aromi di incenso, carrubo e lampone»

Il vento soffia impetuoso, Grecale ci dicono. Capita, siamo a Noto, in Sicilia, contrada Buonivini, tra Pachino e Rosolini, a pochi chilometri dalla punta estrema, dove si incrociano due mari. Siamo in visita a una delle cantine di Planeta, azienda simbolo del Rinascimento siciliano. Noto ha un territorio vastissimo. Il posto è meraviglioso e richiama un déjà-vu, forse le atmosfere di qualche puntata del commissario Montalbano. Alberi di carrubi, un mandorleto appena impiantato, con le tre varietà dell’Isola, limoni. E il mare in lontananza, a pochi chilometri.

«Crediamo che il Mamertino diventerà un grande vino di Sicilia»

Planeta nasce nel ‘95 a Menfi, ancora oggi la sede centrale: lo Chardonnay è stata la prima bottiglia prodotta ed è ancora oggi un’icona. Ma il progetto si è allargato e oggi abbraccia tutta la Sicilia. «Planeta è il nostro brand ma è anche il nome della famiglia, che è di origine spagnola – spiega Viviana Pitino, hospitality manager & event organiser per l’azienda – Il progetto nasce con varietà internazionali, Chardonnay, Merlot e Syrah, in quanto i vini siciliani non erano ancora conosciuti. Subito dopo la grande intuizione di andare nei territori d’origine dei vitigni autoctoni: Vittoria, terra del Cerasuolo; Noto, regno del Nero d’Avola e del Moscato di Noto; l’Etna, con Carricante e Nerello Mescalese. E infine Capo Milazzo con il Mamertino, vino di epoca romana, blend di Nero d’Avola e Nocera, 8 ettari sul mare, vista Eolie. Crediamo che diventerà un grande vino di Sicilia».

A Noto c’è stato il recupero del Nero d’Avola e il reimpianto di nuovi vigneti. Cinquantuno ettari e una «cantina invisibile», un progetto architettonico innovativo di minimo impatto ambientale e perfetto connubio con il territorio, seguito direttamente da Diego Planeta, mentre Francesca Planeta si occupa dell’ospitalità e Alessio Planeta è capo enologo. Scendiamo nella scintillante cantina. Una finestra apre la vista sull’esterno, come un quadro di Piero Guccione.

«A Noto – racconta – produciamo Moscato e Nero d’Avola. Il primo esce con l’etichetta Allemanda, un Moscato secco e come Passito di Noto, e il Santa Cecilia, vino bandiera come Nero d’Avola in purezza. Lo Chardonnay è ancora un’icona, ma il Santa Cecilia è forse il simbolo di Planeta, perché oggi si stanno riscoprendo sempre di più i vitigni siciliani autoctoni».

Allemanda è il nome di una danza barocca di apertura: Moscato Bianco o di Noto 100 per cento. Secco, all’assaggio rapisce con intensi profumi di gelsomino e agrumi. Prima di raccontare il Nero d’Avola, scendiamo nella barricaia, dove sta riposando l’annata 2017 per un affinamento di 14 mesi. «Utilizziamo barrique per un 10 per cento legno nuovo e il resto secondo, terzo e quarto passaggio – racconta l’enologo della cantina Calogero Riportella – Nasce da due vigneti, a Noto, allevati con il sistema del cordone speronato. Non siamo bio, facciamo lotta integrata. Il Nero d’Avola di Noto ha un bouquet con aromi di incenso, carrubo e lampone, frutto che lo caratterizza. Si sente anche la parte barricata con le spezie, pepe nero, liquirizia. La sua forza è la persistenza in bocca e capacità di affinamento. Per degustarlo al meglio si va anche dieci anni dopo la vendemmia».

La cantina di Noto produce circa 300mila bottiglie dei 2,5 milioni globali. Il progetto di Planeta si estende all’olio (150 ettari di uliveto a Menfi) e all’ospitalità. Due piccole casette rurali danno accoglienza per sei persone, rispettando la tradizione del luogo, con arredi di recupero realizzati dalla designer livornese Costanza Algranti, oggi scomparsa. Magnifico.

Planeta porta poi avanti un progetto di mecenatismo contemporaneo legato alla cultura, Viaggio in Sicilia. Ogni due anni, durante il tempo della vendemmia, ospita artisti nelle cantine che traggono ispirazione da questa esperienza per poi produrre una propria opera che verrà esposta in una mostra. La scritta «Planeta» sul muro dell’edificio rosso mattone della cantina, chiusa tra due palme, è stata lasciata da uno di questi creativi, giapponese. Scripta manent.