Petra è una cantina che fa del taglio bordolese il suo fiore all’occhiello, senza dimenticare però i vitigni autoctoni della Val di Cornia in Toscana

«Un oggetto caduto da Marte calato nel territorio delle vigne». Petra fa rimanere a bocca aperta. È stata la prima cantina realizzata dall’archistar svizzero Mario Botta, che ha voluto dargli un tono «arcaico». Siamo a San Lorenzo Alto, in Val di Cornia, al confine tra le province di Grosseto e Livorno, in visita a uno dei gioielli di Terre Moretti (Bellavista, Contadi Castaldi, Sella&Mosca, Acquagiusta, Teruzzi). Gli alberi piegati dicono che siamo in zona ventosa, calda. Il mare è a due passi, si vede l’Elba. Una meta d’obbligo è l’incantevole golfo di Baratti, dove si può pranzare vista acqua. A pochi chilometri, Suvereto, feudo degli Aldrobrandeschi, è un delizioso borgo medievale, perfettamente conservato, con la rocca del IX secolo e un concentrato di enoteche e qualche buon ristorante come l’Ciocio, segnalato dalla guida Michelin. Uno spasso.

L‘avveniristica cantina disegnata dall’archistar Mario Botta unisce bellezza a funzionalità in un territorio di fascino

Cominciamo la visita dai vigneti, 38 ettari su un centinaio complessivi. Siamo nella terra del Cabernet Sauvignon, Syrah, Merlot, che qui si esprimono al meglio. La cantina nasce infatti dopo un viaggio nel ‘97 di Vittorio e Francesca Moretti a Bordeaux. L’idea diventa progetto, viene rilevata una tenuta maremmana con 60 ettari di terreno in località San Lorenzo, cui segue l’acquisto di altri terreni, a Campiglia Marittima, Montebamboli, Riotorto. La zonazione effettuata con il professor Attilio Scienza conferma che questa è area vocata per certi vitigni internazionali.

Ma in realtà qui sono tradizione. Due secoli fa Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella di Napoleone, che governò per dieci anni le zone di Piombino, Lucca e Isola d’Elba, scelse proprio questo luogo per impiantare, secondo i canoni di Bordeaux, cinque ettari di uve Cabernet Sauvignon e Merlot. Oggi è stato avviato anche un progetto di ricostituzione del Giardino della Principessa: una collezione di erbe aromatiche e alberi da frutto che riprende fedelmente il disegno originale seguendo le illustrazioni dello storico botanico Paolo Tomei, dell’Università degli Studi di Siena. La vocazione agricola del posto si esprime anche nell’allevamento di cinque razze avicole come la Valdarno nera, la Valdarnese bianca e la Livorno, cui si uniranno presto suini di razza Cinta Senese e Grigio Toscano, e capre dell’antica razza Montecristo, che vive allo stato selvatico. L’attuale foresteria diventerà invece un agriturismo.

La cantina – Staresti a guardarla all’infinito. Un cilindro di pietra rosa della Lessinia, impreziosita dalla vegetazione, un fiore disegnato per l’intera collina. «Ho pensato a Mario Botta perché è un architetto che fa materia» ha spiegato Vittorio Moretti che con il nome Petra (in latino pietra) ha voluto evidenziarne la solidità anche in senso figurato. Con effetto teatrale si alza una sorta di sipario che scopre la cantina. Su diversi livelli c’è concentrato tutto quello che occorre per fare il vino, dai serbatoi della vinificazione, alla ricezione dell'uva, la zona di pigiatura e le attività legate alla produzione e ai controlli. Un impianto fotovoltaico fornisce energia a impatto zero. Estrema pulizia e tecnologia, ma con tocchi artistici come i toni blu voluti da Botta che ritornano in diversi ambienti. L’apice è nella barricaia, che pare un teatro o una chiesa a più navate. A questa è stata aggiunta una lunga galleria che trafigge la montagna fino ad arrestarsi di fronte a una parete di roccia dove si vedono le venature di ferro tra gli strati argillosi e calcarei. Siamo a 25 metri sottoterra, nelle colline metallifere: la ricchezza di ferro era ben nota agli Etruschi ed è richiamata dai tanti toponimi del circondario. Il tunnel cambia colore attraverso giochi di luce. Un Altare, opera dell’artista Giuseppe Rivadossi, aumenta la teatralità del luogo.

La degustazione – Quindici etichette per 350mila bottiglie divise nella linea Petra e Belvento (quest’ultima per vini più semplici). Il focus è sui rossi, con il top Petra che ha conquistato i Tre Bicchieri del Gambero Rosso. Con l’enologo della cantina, Augusto Graziano, cominciamo la degustazione di una selezione di etichette monovitigno delle annate 2014, 2015 e 2016. L’idea è proporre vini che rispecchino il territorio, lasciando anche qualche carattere brusco, come nel Sangiovese. Potenza del terroir unita a eleganza.

Partiamo dal vino base, l’Hebo (nome che si deve a un insediamento etrusco) che fa 150 mila bottiglie. Un assemblaggio di Cabernet Sauvignon e Merlot con freschi sentori di amarene, violette, mirtilli e nuance di macchia mediterranea. Un vino di buona beva e discreta struttura. Proseguiamo con Quercegobbe, Merlot in purezza. Elegante, ma tutt’altro che ruffiano: non si cercano i toni morbidi, in bocca rimane sapido e invita alla beva.

Passiamo ad Alto, il Sangiovese in purezza. «Grazie alla collaborazione con il collega Giuseppe Caviola stiamo sperimentando tecniche di vinificazione tradizionale che su Sangiovese e Syrah ci danno qualcosa in più in termini di tipicità e riconoscibilità – racconta – Con l’uso di una certa percentuale dei raspi manteniamo questa nota brusca, verde».

È la volta di Colle al Fico, il Syrah 100 per cento, una nicchia, solo 5mila bottiglie. Ai sentori di frutti di bosco si aggiungono note speziate e le sfumature di vaniglia per i 18 mesi in barrique. «La barrique, da un minimo di sei mesi a un massimo di 18 mesi, è strumento che ci aiuta a rendere più fini i nostri vini – spiega – Abbiamo ridotto però il legno nuovo (25-30 per cento) rispetto a quello usato. Sui bianchi la utilizziamo solo per il Viognier. Usiamo anche botte grande, specialmente per Hebo e il Sangiovese, che non vede la barrique. L’acciaio per i bianchi della seconda linea, Belvento: vini più freschi».

Potenti è il Cabernet Sauvignon in purezza: colpisce con la sua frutta fresca, more, mirtilli e amarene, con cenni di spezie, caffè e balsami. Chiudiamo con il top di gamma, Petra rosso. Circa 20mila bottiglie su un potenziale di 80 mila. L’affinamento è di 18 mesi in barrique di primo, secondo e terzo passaggio. Il bouquet è complesso: frutti di bosco, prugne e ciliegie, sentori verdi e aromi balsamici, menta, rosmarino, pepe e tabacco, un mix delicato. «Dalla vendemmia 2018 l’intera superficie vitata è certificata bio – fa sapere – abbiamo terminato il periodo di conversione. Stiamo riducendo i solfiti, già oggi: riusciamo a stare sotto i 100 mg di solforosa totale, che è anche il limite del disciplinare bio. Siamo in zona fortunata, grazie a vigneti vocati. Poi la posizione aiuta, fronte mare, buona ventilazione: tendenzialmente le uve sono sane».

«Facciamo anche bioprotezione – aggiunge – per esempio, lieviti selezionati che contrastano quelli che determinano cattivi odori. Utilizziamo anche l’agricoltura di precisione, con stazioni meteo, e stiamo conducendo uno studio di pilota con l’Università di Firenze su satelliti a infrarossi per il monitoraggio dello stato vegetativo delle foglie e la maturazione dell’uva. Gli accumuli di rame sono bassi: facciamo circa 5-6 trattamenti nell’anno».

Responsabile della parte agronomica di tutte le aziende di Terra Moretti è Marco Simonit, che sta sperimentando diverse soluzioni green come l’uso delle alghe che migliorano la resistenza delle vigne. Chiediamo alla fine che cos’è oggi Petra. «È una cantina ancora giovane. Prediligiamo un taglio bordolese ma rinnovato che interpreta il gusto attuale. Rispetto a dieci anni fa abbiamo cambiato, le nostre vigne sono più adulte e danno maggiore equilibrio e sapidità, tannini più eleganti. La linea Belvento lascia poi spazio anche ai vitigni autoctoni che bilanciano quelli internazionali, come il Ciliegiolo, che riproporremo visto il successo, o l’Ansonica: in zone costiere calde, con clima asciutto, si esprimono bene».