Nativ è un’azienda irpina che interpreta l’Aglianico, il vitigno principe della Campania Felix in varie tipologie con un uso sapiente della barriquA

«Felix» veniva denominata dai latini la Campania. La regione dal punto di vista viticolo sta vivendo un grande momento. Un risultato che è figlio della perseveranza, l’aver mantenuto integra la piattaforma ampelografica storica. Quei vitigni autoctoni, sempre più ricercati, che vanno dall’Aglianico al Fiano, dalla Falanghina al Greco di Tufo. E che solo nel terroir originario si esprimono al top. Ma il successo è anche dovuto alla capacità di aziende che investono sulla qualità. Un esempio è Nativ, nata nel 2011, tra Paternopoli e Taurasi, cuore dell’Irpinia. Un nome che è un programma: si punta sulla biodiversità locale. È stata fondata da Roberta Pirone, 43 anni, tecnologa alimentare. Con l’ampliamento della cantina si è unito l’enologo di fama internazionale Mario Ercolino (è stato tra i fondatori di Feudi di San Gregorio), che è diventato socio.

In gamma bianchi autoctoni che puntano alla massima esaltazione dei profumi: da quelli floreali del Fiano ai fruttati di Falanghina e Greco di Tufo

«Ho conosciuto Mario – spiega Roberta – quando dovevo fare una tesi sulle microvinificazioni con il professor Luigi Moio, che mi mandò a fare delle esperienze applicate di circa un anno da Feudi di San Gregorio. Luigi Moio è stato tra l’altro compagno di classe di Mario. Con l’ingresso di Mario come socio al 50 per cento abbiamo fatto una trasformazione. L’idea progettuale iniziale era produrre poche bottiglie di grande qualità da una vigna che avevamo a Taurasi: un Aglianico importante, affiancato da un bianco locale. Dopo alcuni anni di attività abbiamo cominciato a frequentare alcune fiere del settore: la richiesta aumentava e il vino cominciava a essere apprezzato e conosciuto. Oggi produciamo 500mila bottiglie da 18 ettari coltivati».

L’azienda produce in maggioranza vini rossi, tra cui l’Aglianico dei Campi Taurasini che proviene dai comprensori tra Taurasi e Paternopoli, una sottozona come Doc. Ben sette le tipologie di Aglianico, che maturano dai sei mesi ai 24 in barrique, fino al Rue 333, Taurasi Riserva Docg (tre anni di barrique).

«L’Aglianico – spiega – cresce in territori vulcanici, è ricco di colore, antociani e polifenoli. Il nostro vino di punta è l’Eremo San Quirico, nome che prende luogo dai vari punti dove abbiamo i vigneti. Questo è il primo terreno che abbiamo comprato e qui sorgerà la nuova cantina in costruzione».

A Milano, in occasione dell’evento God Save the Wine, abbiamo provato l’annata 2014, 18 mesi di barrique. La beva è elegante, vellutata, complessa, con grande ampiezza in bocca e persistenza. Sprigiona aromi di frutti rossi, ciliegia, mora selvatica con richiami speziati di pepe, noce moscata. Il sentore vanigliato non va mai a coprire i profumi. «L’uso che facciamo della barrique è poco invasiva, delicata: Mario con il professor Moio ha svolto un periodo di formazione in Francia, c’è pertanto un filo conduttore che li unisce nella tecnica». Anche nel Blu Onice Irpinia Aglianico Doc, più giovane, che affina 14 mesi in barrique di secondo e terzo passaggio, rimane la stessa impronta di fondo di estrema raffinatezza.

L’impatto olfattivo è una sorta di filo conduttore dei vini Nativ che si caratterizzano per l’esplosione degli aromi. «Il Fiano – racconta – è delicato, fine: ha sentori floreali, piccoli fiori di campo, magnolia. Ricorda poco la frutta. Il Greco ha grande mineralità e acidità. Da noi ha caratteristiche diverse rispetto a quello che oggi si sta coltivando in Sicilia e Puglia: la nostra è zona vulcanica, ha reso il terreno nero. Ha note di frutti gialli e arancioni, albicocca, pesca passion fruit, cassis. La Falanghina – continua – è quella del Beneventano. La raccogliamo nelle zone più alte, a 400-500 metri di altezza. Ha acidità e grande freschezza. I sentori sono un mix: floreali e di frutta, ricorda la mela».

L’azienda è molto attenta nel lavoro in campo e in cantina. «Facciamo selezione manuale delle uve, uno o due grappoli per piantina. Usiamo lieviti selezionati brevettati. Non siamo bio: le condizioni climatiche sono sempre più difficili, piove e fa caldo, e questa situazione favorisce la peronospora. Ma usiamo antiche tecniche per limitare l’uso di antiparassitari».

Nativ è menzionata nelle guide di Decanter, Robert Parker (punteggi tra 92 e 94) e Luca Maroni. Esporta in tutto il mondo, dall’Europa agli Usa, alla Cina. I mercati più recettivi sono Germania e Danimarca: prevalentemente rossi ma in Germania piacciono molto anche Falangina e Greco. È curioso che sia conosciuta più all’estero che in Italia.

«Nativ vuole proporre vini di pregio che facciano percepire il lavoro che sta dietro ma alla portata di tutti – sottolinea Roberta –. A me piace bere bene e voglio vini democratici e che diano soddisfazione di beva». La fascia di prezzo prevede un massimo di 15,50 euro con il Bicento, un Aglianico dei Campi Taurasini, un vino di nicchia prodotto in seimila bottiglie pluripremiato (99 punti da Luca Maroni e medaglia di bronzo negli Awards di Decanter). Si può bere bene senza svenarsi. E Nativ lo dimostra.