Montonale è un’azienda del Garda a gestione familiare che punta su vini identitari e longevi che stanno conquistando i ristoranti di tutto il mondo

Dici Lugana e pensi alla Germania: su 17 milioni di bottiglie il 60 per cento finisce lì. Ma Il vino facile, bevuto dai turisti in vacanza sul Lago di Garda, ha cambiato pelle. Oggi il Lugana è ricercato negli Usa e nei migliori ristoranti stellati del mondo. Merito di piccole aziende che puntano sulla qualità, come Montonale, gestita dai tre fratelli Girelli. Un team perfetto per competenze: Roberto, enologo, Valentino, agronomo, e Claudio, laureato in Economia e Commercio, che segue la parte amministrativa. Il trio ha realizzato un sogno: far rinascere l’attività di famiglia, iniziata quattro generazioni fa, e trasmettere il magnifico territorio attraverso il vino.

Acidità e mineralità sono la struttura portante del Lugana. Ma con l’affinamento in bottiglia le note floreali e fruttate si fanno intriganti: fumé, di zafferano e pietra focaia

Siamo a Desenzano del Garda, sud del Lago: il nome Montonale è quello della località, a sottolineare il legame col territorio. Il luogo ha condizioni uniche. Basti pensare che è il posto più a nord d’Europa dove si coltivano gli agrumi. Il territorio del Garda si è fermato con il ritiro dei ghiacci nell’ultima glaciazione, 45 mila anni fa. Un terreno argilloso e calcareo, che trattiene umidità e dà alcol importante (siamo sui 13 gradi). Un aspetto di mineralità che si ritrova poi anche nei vini. Influisce anche il microclima, con il fattore mitigante dell’acqua in periodo invernale e le escursioni termiche in quello estivo. Concorrono i due venti, l’Ora e il Pelèr: il primo arriva da Sud e soffia dal mezzogiorno al pomeriggio inoltrato, il secondo scende dalle montagne e increspa le acque dal tramonto. Favoriscono l’aromaticità, tirando fuori profumi fruttati delle uve che mantengono sane.

L’azienda dispone di 25 ettari di vigneto, principalmente Turbiana, già coltivato dagli antichi romani. «Tutto inizia a fine ‘800 – racconta Roberto Girelli – Con nonno Francesco che pianta mezzo ettaro di vigneto e poi con mi padre. L’exploit è negli anni ’50 e ’60: si produce per altre cantine. Dopo qualche problema per la divisione ereditaria, con la morte del nonno, nel ‘98 non c’era più neanche un ettaro. Nel Duemila il rilancio dell’attività di famiglia. Abbiamo ripiantano i vigneti puntando sulla qualità e sui piccoli dettagli in ogni passaggio che poi fanno la differenza».

«Noi cerchiamo di dimostrare le potenzialità e unicità di questo territorio e del vitigno, il Turbiana – continua – Facciamo capire le capacità evolutive di questo vino che può raggiungere livelli qualitativi altissimi, diventando intrigante e non solo piacevole. Veronelli diceva che il Lugana raggiunge l’optimum dopo 2-3 anni. A mio parere esprime il massimo dopo almeno cinque anni di affinamento in bottiglia, quando escono i sentori di idrocarburi, pietra focaia. Una complessità che lascia senza parole, entusiasmante».

Montonale ha investito in sostenibilità: cantina in paglia di riso, lotta integrata, riduzione dei solfiti. «È un passepartout per molti mercati – fa notare Roberto – il mondo è sempre più attento alla sostenibilità, e noi lo siamo sia in vigneto sia in cantina, perché la prima cosa è tutelare il territorio. La cantina è costruita in modo eco-sostenibile: è la prima costruita in paglia di riso, un materiale di scarto che rende l’ambiente più salubre e con minore spreco di energia, mentre a copertura dell’edificio è installato un impianto fotovoltaico. I lieviti sono indigeni per esprimere il terroir anche a livello microbiologico. La solforosa è bassa, sotto i 70 mg/l, nessun utilizzo di chiarificanti. Cerchiamo di fare una vendemmia il più tardiva possibile, per togliere le astringenze. E avere zuccheri bassi (dai 3,5 ai 4,5/l), un vino più autentico possibile. Non superiamo i cento quintali per ettaro».

Presso lo spazio Niko Romito di Milano, abbiamo partecipato alla degustazione di diverse annate delle due tipologie di Lugana dell’azienda. Partiamo con il Montunal, solo acciaio, il vino più rappresentativo in termini quantitativi: 75mila delle 100mila bottiglie prodotte. È costituito da un blend dei vari vigneti, vinificati separatamente. L’annata 2017 (stagione siccitosa) si caratterizza per l’acidità tagliente. In bocca è minerale e fresco, floreale, si sente la frutta bianca acerba. Nell’annata 2015 (calda e siccitosa) escono profumi di frutta matura, pesca. Rimane l’acidità, caratteristica del territorio, e piacevolezza al bicchiere. Con una nota pepata e balsamica finale, ci spiega Roberto, tipica delle annate calde. Passiamo all’annata 2011 (più equilibrata a livello climatico). All’assaggio escono sentori sorprendenti di terziarizzazione, pietra focaia, idrocarburi.

Continuiamo con la seconda tipologia, Orestilla: un cru. Il nome era riportato su un’arca marmorea d’epoca romana scoperta in questo vigneto nel ‘500, probabilmente legato al proprietario del terreno. Va detto che questo vino ha avuto un prestigioso riconoscimento internazionale: l’annata 2015 è stata riconosciuta da Decanter miglior vino monovarietale del mondo e ha permesso di entrare in mercati dove il Lugana non era presente. «Il 50 per cento del Lugana va all’export – ricorda Roberto – ma del 50 per cento che resta in Italia il 70 per cento viene consumato dai turisti stranieri sul Lago. Dalla Baviera si è diffuso in tutta la Germania. Negli ultimi due, tre anni sta diventando vino internazionale: noi esportiamo in Belgio, Olanda, Danimarca, Inghilterra, Usa, fino al Perù, nei migliori ristoranti di Lima».

Cominciamo la degustazione dell’annata 2016, appena uscito sul mercato (96 punti Decanter). Il 30 per cento fa circa 8-10 mesi in tonneau (doghe piegate con il vapore per non cedere troppo vaniglia) mentre il 70 per cento fa acciaio. Minerale e acido, che sono poi la sua struttura portante, sprigiona note di frutta matura e miele. «Stiamo pensando di fare una riserva con anfora in ceramica dal lunghissimo affinamento» annuncia Roberto. Passiamo al 2014, annata difficile, fredda e piovosa. Le acidità sono smussate, un vino elegante e complesso: fine, leggiadro, quasi esile, entusiasmante. Chiudiamo con l’annata 2013. I sentori virano verso gli idrocarburi, pietra focaia, zafferano, una nota fumé. «Un contributo viene dato dalla botrite, in virtù di un’estate calda e pioggia in fase di raccolta. Un’annata particolare che abbiamo scelto appositamente per fare capire le potenzialità evolutive». Altro che vino facile!