Intervista sul microbiota con Beatrice Salvioli, gastroenterologa dell’Humanitas: «Siamo solo all’inizio, il futuro sarà l’alimentazione personalizzata»

Cibi prebiotici e probiotici per migliorare la flora intestinale e limitare l’ansia o dimagrire. La dieta del microbiota sta cambiando le carte in tavola in ambito nutrizionale. Fino a esiti impensabili sulle patologie più gravi. «È l’argomento più “caldo”, ma siamo solo all’inizio. La dieta mediterranea è, comunque, la migliore per mantenere un buon microbiota». Beatrice Salvioli, 49 anni, gastroenterologa dell’Humanitas ci spiega questa autentica rivoluzione che in futuro potrebbe portare alla dieta personalizzata in base ai propri ceppi batterici, nove su dieci diversi da individuo a individuo ma modulabili dallo stile di vita.

Dottoressa Salvioli, vengono pubblicati continui studi sul microbiota, libri che propongono diete ad hoc, prodotti specifici per nutrire la flora batterica intestinale. Qual è lo stato dell’arte della conoscenza?
«Si sa molto di più rispetto ad anni fa, anche se il numero dei batteri e dei ceppi è enorme. Quantitativamente parliamo di un numero come 10 elevato alla sesta del nostro patrimonio cellulare. È un chilo di batteri in pancia. Ne conosciamo solo una parte. È assodato che la dieta mediterranea è ottima per mantenere un buon microbiota. Questo ha bisogno di fibre, verdure, antiossidanti: cibi che compongono le diete sane e antiinfiammatorie».

Quali sono gli alimenti che piaccono di più alla nostra flora intestinale?
«Innanzitutto le fibre, che si ricavano da frutta e verdura di stagione, sostanze prebiotiche, come l’inulina, che non viene digerita, e troviamo in carciofi, cicoria, cavoli, cavoletti di Bruxelles; ortaggi in generale, legumi, cereali integrali. Anche la patata, meglio se raffreddata, aiuta la regolazione del sistema immunitario. La flora intestinale segue poi i ritmi circadiani. Come insegna la medicina cinese, bisogna rispettare i cicli stagionali anche nell’alimentazione».

Oggi c’è una ripresa in cucina delle tecniche della fermentazione. I cibi fermentati fanno bene al microbiota?
«Possono essere utili, ma se il consumo è saltuario non servono a nulla. Non credo però che sia scientificamente provato e validato. Certo è meglio che prendere i probiotici in farmacia, che non sappiamo se arrivino poi nell’intestino vivi».

Quali probiotici hanno efficacia?
«Il kefir, vecchissimo rimedio che proviene dai Paesi balcanici, è un ottimo rimedio probiotico. Si può prepararlo anche con l’acqua per chi è intollerante ai latticini. Oggi è stato dimostrato che alcuni ceppi, lattobacilli e bifido batteri, agiscono come probiotici. Ma devono superare la barriera gastrica e non si sa mai quanti ne arrivino nell’intestino. È molto importante anche la temperatura di conservazione. Lo yogurt non è un probiotico. La quota di fermenti che arriva vivo nell’intestino è risibile, come un ago in un pagliaio. E non è dimostrato che vadano a modificare la flora. Alla fine non si sa poi se sia quello che va a migliorare la salute della flora intestinale o un mix che comprende una dieta e uno stile di vita più sani. Io punto su questi ultimi fattori. In sostanza è molto difficile modulare la nostra flora batterica solo con un probiotico».

Cosa non piace alla flora intestinale e va a modificarla in modo negativo?
«I grassi trans, idrogenati, i prodotti troppo raffinati, ricchi di zuccheri, le merendine industriali, coloranti, conservanti. Il junk food, insomma. Anche se non occorre essere talebani. L’olio di palma è stato demonizzato ma si è dimostrato che non è poi così cattivo. Un fritto ogni tanto non altera. Lo sgarro stimola pure, non è da bandire: è la frequenza che conta. Anche lo stress modifica la flora. E anche l’attività agonistica con sforzi prolungati. Sono stati fatti studi negli ultramaratoneti e si è visto che ci sono modifiche importanti: provoca infiammazione e aumenta la permeabilità intestinale e si perdono sostanze importanti. Chi fa attività agonistica di sforzo deve essere monitorato a livello intestinale».

Il vino fa bene al microbiota?
«Se è buono sì! Scherzi a parte, nel vino non c’è nulla di negativo. Ma bevendolo non migliora la flora batterica. Lancet ha pubblicato una recente ricerca per cui anche un solo bicchiere al giorno aumenterebbe il rischio di alcune malattie. È una cosa che non accetto. Fino a qualche anno fa ci avevano detto che un consumo moderato di vino è un cardioprotettore (c’è anche una ricerca pubblicata dalla stessa Lancet, ndr). Io continuo a bermi un bicchiere, come scrive anche il professor Mantovani. Anche per la caffeina si è detto che faceva male e oggi invece si è dimostrato che fa bene. Confondiamo la gente pubblicando tutto e il contrario di tutto. La moderazione vale sempre. L’allarmismo è sbagliato».

È vero, come sostiene una ricerca del King's College di Londra, che l’accumulo di peso dipende prevalentemente dalla composizione batterica e che mutandola si può più facilmente ridurlo?
«Sì, la modulazione della flora incide su tutte le malattie metaboliche, dal diabete all’obesità. Ci sono studi bellissimi sulle cavie, il miglior modello sperimentale per la flora batterica. Si è dimostrato che scambiandosi la flora tra un topolino grasso e magro il primo dimagriva e il secondo ingrassava».

Il ricercatore Walter Longo sostiene che in chiave antinfiammatoria in qualche modo dovremmo privilegiare cibi che siamo abituati a mangiare. Come si concilia questa idea con l’alimentazione attuale sempre più globalizzata?
«È un discorso giustissimo. A noi piace mangiare etnico ma non è l’ideale. Le alghe non sono biodisponibili come per un giapponese. Seguire la dieta mediterranea per noi italiani sarebbe la via migliore. Tra l’altro è stata indicata come la migliore dieta per la salute in generale. Geneticamente siamo avvantaggiati. Dobbiamo privilegiare i nostri alimenti. Spesso succede che un italiano che va in Inghilterra e cambia alimentazione, pur riducendo la quota di pasta, aumenta di peso. Questo perché il corpo non riconosce più l’alimento cui era abituato. Tutte le malattie, dalle neurologiche alle cardiopatiche, sono dovute a un’infiammazione che è modulata dalla flora batterica».

Insomma, la mescolanza delle culture è benefica ma non la «mescolanza» delle colture?
«Forse non deve essere troppo rapida e troppo diversa da ciò cui una persona è abituato. La flora batterica risente già da fattori alla nascita: se siamo nati da parto cesareo o naturale, l’ambiente che ci circonda. E poi nel corso degli anni dai medicinali assunti, soprattutto gli antibiotici. Questi sono una bomba ecologica che alterano completamente la flora intestinale e creano modificazioni che bloccano il metabolismo. Anche i pesticidi alterano la flora batterica».

Dal sushi di tonno mal conservato al sashimi di pollo, le intossicazioni alimentari possono provocare danni al microbiota?
«Le intossicazioni da cibo sono pericolosissime. Creano a livello della flora batterica degli effetti paragonabili alla salmonella. Nei bambini che l’hanno avuta, la maggior parte sviluppa negli anni una sindrome dell’intestino irritabile».

Allergie e intolleranze sono esplose e portano al boom dei cibi «free from». Come si spiega la diffusione dell’intolleranza al lattosio?
«Come popolazione siamo destinati a perdere la lattasi (l’enzima necessario alla digestione dello zucchero del latte, ndr): pian pianino l’efficacia se ne va. Ho il sospetto che la nube di Chernobyl abbia in qualche modo prodotto qualche mutazione a livello epigenetico. Un deficit di lattasi però non è l’allergia. Si deve solo modulare la quantità di latticini. Io faccio preparare un diario alimentare. È meglio non eliminare un alimento, altrimenti il tuo corpo non lo tollera più».

Sulla carne?
«Un po’ ne abbiamo bisogno. Da mezza romagnola mi fido della carne di quella regione e del Piemonte: bisognerebbe sempre sapere la provenienza, come viene allevata la bestia, come è nutrita. Negli Usa la carne con ormoni ha favorito la pubertà precoce. Lì non la mangerei mai».

Il futuro dell’alimentazione sarà il cibo funzionale e sempre più personalizzato?
«Sì, avendo un kit affidabile del proprio patrimonio batterico, si potrà agire su quello. Finora siamo stati abituati a due ceppi di batteri buoni, lattobacilli e bifido, e al loro equilibrio. In realtà oggi sappiamo che ce ne sono molti di più e diversi. Attualmente il microbiota è l’argomento più “caldo”, ma è ancora difficile fare una diagnosi appropriata. L’ideale sarebbe una dieta ad hoc, conoscendo i batteri di base. Ci sono laboratori che fanno questi test ma la validità è dubbia».

Cosa fare in sintesi per tenere in salute la flora?
«Mangiare bene, puntando sulla dieta mediterranea, ricca di fibre, legumi, frutta, fare attività fisica moderata, modulare lo stress, evitare l’inutile utilizzo di antibiotici che sono quelli che hanno dimostrato di alterare di più la flora intestinale».