Con cinquemila bottiglie pregiate vanta una delle più grandi collezioni d’Italia e tra le prime al mondo. Mauro Leoni è il fondatore del Glu Glu Club, organizza whisky dinner per appassionati con etichette rare e serate di degustazione per la Scotch Malt Whisky Society, di cui è ambassador

Mauro Leoni, 60 anni, titolare di Fimat, azienda che produce macchine tessili, vanta una delle più grandi collezione di whisky in Italia: almeno cinquemila etichette, molte pregiate. «Un hobby» dice lui, che vive in provincia di Como. Con il Glu Glu Club, di cui è presidente e fondatore, organizza whisky dinner per appassionati che vogliono degustare le migliori etichette. È poi ambassador di Scotch Malt Whisky Society, il più grande imbottigliatore al mondo per cui promuove incontri presso i migliori locali alla scoperta di bottiglie di nicchia (il 2 maggio all’Octavius Bar, presso il The Stage). Gli abbiamo chiesto di svelarci qualche segreto di questo affascinante mondo degli spiriti.

Mauro Leoni, un super collezionista di whisky.
«Ho circa cinquemila etichette, molte pregiate, è una mia passione. Sono tra i primi cinque, sei d’Italia. Posso dire che come location, dal punto di vista estetico, è la numero uno. C’è chi ha bottiglie preziose ma le tiene in un garage».

Come trasmette questa sua passione all’esterno?
«Ho un club di amici, Glu Glu Duemila, fondato appunto in quell’anno. Ci troviamo ogni due mesi per un whisky dinner. Abbiniamo Single Malt a piatti della cucina italiana. In genere sono sei etichette diverse per ogni portata: aperitivo, antipasto, primo, secondo, dessert e dopo cena. Una cosa così in Italia è unica».

Come si entra nel Club?
«Funziona con il passaparola tra amici: lo scopo non è ingrandirci troppo. È però aperto, basta contattarmi anche attraverso il sito internet».

Che valore può acquistare il whisky da collezione?
«Parecchio. Negli ultimi sei, sette anni per alcune bottiglie ci si può attaccare uno zero. Macallan è considerato una Rolls-Royce: inarrivabile. Un trent’anni da botte di sherry venduto alla distilleria (dunque al miglior prezzo) può arrivare a duemiladuecento euro. A certi prezzi incredibili ci siamo arrivati per il Far East e il Giappone: là sono pazzi per il whisky. Da poco Macallan ha ripreso la produzione con la nuova distilleria in Scozia, con oltre dieci milioni di litri. Sarà la più grande al mondo, frutto di un investimento di dieci milioni di sterline. È stata costruita tutta sotto suolo, con il prato sopra la costruzione. C’è da chiedersi cosa faranno dell’altra che tuttora produce quasi otto milioni di litri».

Qualche altro nome inarrivabile?
«Port Ellen, una distilleria chiusa nel 1983. Il brand è oggi di Diageo, come Caol Ila o Lagavullin. Esce ogni anno un’edizione a tremila euro. Cinque o sei anni fa si comprava per 300 euro».

Oggi un amatore su quali bottiglie dovrebbe puntare per costruirsi una collezione?
«Per i Single Malt, imbottigliamento originale, innanzitutto. Poi una serie limitata di una distilleria riconosciuta: quelle di Diageo, per esempio, vanno dalle tremila alle seimila bottiglie. E un prezzo d’acquisto non troppo alto, dai 150 ai 200 euro. In cinque, sei anni possono schizzare anche di dieci volte il valore».

Quanto è diffuso il collezionismo di whisky in Italia?
«Ha i maggiori collezionisti al mondo. La mia, tra le prime sei, sette in Italia, è sicuramente tra le prime trenta al mondo. Il valore? Elevato. La media è di 150-200 euro moltiplicata per cinquemila».

Qualche etichetta top che custodisce?
«Port Ellen, serie originale; bottiglie di Macallan vintage, dagli anni ’50 a oggi. Quelle di Samaroli, che da poco è morto: un vero pioniere per il whisky».

Ma poi le può bere?
«Posso dire che ho abbastanza doppioni per permettermelo. E negli anni le condivido con gli amici. La collezione è cominciata dagli anni ’90 come feticcio. Poi è scattata la curiosità di comprendere cosa c’era dentro. Il Club è nato anche per condividere la piacevolezza delle nuove scoperte: non bevo mai da solo. La pace dei sensi è avere una bottiglia nella collezione ma anche assaggiata».

Quanto conta il packaging nel mondo del whisky?
«Tantissimo. Se compri bottiglie che non pensi di bere, ti soddisfa la storia, il packaging: ovvio che il contenuto deve esser valido, ma tanto vale che sia in un bel contenitore».

Altre iniziative?
«Sono stato coinvolto come ambassador in Italia per Smws, Scotch Malt Whisky Society, il più grosso imbottigliatore al mondo. Oggi è indipendente, prima apparteneva al gruppo Moet Hennessy che produce anche Glenmorangie. Vende solo su e-commerce e solo single casque, prodotte ogni mese: significa che di quella tipologia puoi avere al massimo 500 bottiglie se la botte è una di quelle grosse da sherry. Il Laphroig, che fa la Society è strepitoso. I single casque stanno vendendo tantissimo, Usa, Uk, Far East. In Italia hanno cominciato da poco. Con Smw abbiamo cominciato su Milano con una prima serata all’Octavius. La prossima sarà il 2 maggio. In genere sono cinque whisky per 35 persone. Chi partecipa può poi acquistare in anteprima le bottiglie su un sito particolare. Per il servizio mi faccio pagare in whisky (ah, ah)».

Cosa ne pensa degli whisky giapponesi e americani?
«Sono un purista: il whisky è solo Scozia. Oggi quelli giapponesi sono di moda: ho visitato anni fa tutte le distillerie con il nostro Club: non sono male, ma se facciamo il rapporto qualità prezzo dimentichiamoceli. Per gli Usa sono stato nel Kentucky e Tennessee: ho visto Jack Daniel’s, Jim Beam e le più importanti, impressionano per i volumi non certo per la qualità».

Che ne pensa dei whisky italiani?
«Il primo whisky italiano l’ho ideato io, per curiosità, Puni ha cominciato nel 2011, io nel 2008: e non con cereali misti, ma Single Malt. L’ho chiamato Ghibinet, nome che deriva da un’usanza della Valtellina ereditata dalla Germania. Il giorno della befana a Livigno e a Bormio tutti i bambini sotto i dodici anni vanno in giro a bussare per i negozi e gli danno il regalino. Braulio, che già produceva la grappa, mi ha proposto di fare il whisky. Ho fatto arrivare botti di ex Caol Ila dalla Scozia: nel 2008 ha fatto tre o quattro distillazioni e nel 2016 lo abbiamo imbottigliato dopo otto anni di invecchiamento».

Quanto conta una botte nel gusto di un whisky?
«Il settanta per cento: il distillato può essere eccezionale ma se usi una botte che fa schifo anche il prodotto è tale. Anche se si invecchia in botti di grappa il whisky non viene buono».

Distillerie da segnarsi, accessibili?
«CaoI Ila, la Diageo l’ha scoperta tardi: un tipico Highland, secco mediamente torbato non invadente come Laphroig. È nella mia top ten delle distillerie. Lagavullin: il 16 anni: torba delicata, si trova a 45 euro all’Esselunga! Un rapporto qualità prezzo eccezionale. Bowmore, invece, è più esotico: ha sentori di mango e passion fruit».

E tra quelli più di nicchia?
Port Ellen o Brora, altra distilleria chiusa nel 1983. Entrambe, lo ha annunciato Diageo, ricominceranno a produrre tra due anni».

Il Glu Glu Club organizza spesso viaggi in tutto il mondo alla scoperta delle distillerie. Prossima tappa?
«Il 25 aprile saremo in Scozia nelle Highland. L’autista lo fa il nostro cassiere: non beve perché non regge il whisky. Gli piace annusare».