La Collina dei Ciliegi è una cantina della Valpolicella nata da un’idea di Massimo Gianolli, ma non è solo vino. Ecco come un sogno è diventato realtà

Verona è lì sotto, illuminata dalle luci della sera. Come spesso accade in Italia la collina è in grado di fare una magia: due curve e il rumore della città sparisce per lasciare spazio al silenzio e alla tranquillità. Sulle colline della Valpolicella, precisamente in località Erbin, a Grezzana (Vr), c’è un borgo circondato dalle vigne. Qui si trova La Collina dei Ciliegi, una creazione di Massimo Gianolli. Una cantina giovane, ma che ha saputo nel giro di pochi anni ritagliarsi un suo spazio nel mondo del vino grazie alla qualità dei suoi vini. Ma La Collina dei Ciliegi non è solo vino, è molto di più. Ci ha raccontato la sua storia Massimo Gianolli quando l’abbiamo incontrato sul terrazzo della barricaia a Erbin: una storia ricca di passione, di successi e di insuccessi, ma di sicuro avvincente e alla fine vincente.

La Collina dei Ciliegi: il nome è molto suggestivo, quasi evocativo di un certo aspetto di questi terreni, visto che in questo periodo ci sono tutte le colline in fiore. Ma da dove nasce?
«È nato perché papà ha voluto mettere a dimora qui 3000 piante di ciliegio. Mio padre è stato un insegnante per me particolare: mi ha trasmesso tutta la foga e la voglia di fare tutte le cose in grande, perché anche quando non poteva ha fatto sempre il più possibile, anche nella piccola dimensione, per cercare di crescere dando il massimo. Questa collina, così come questa valle, è già una zona molto vocata per la vite, l’olivo e il ciliegio, ma in particolare, il nome evoca proprio il fatto che mio padre volle mettere a dimora questa marea di piante di ciliegio. Non solo: negli anni ’70 – io sono degli anni ’60 e mio fratello degli anni ’50 – io sentivo il disco di Battisti “La collina dei ciliegi”, da disco “Il nostro caro angelo”, che tra l’altro è un disco meraviglioso, ed evoca esattamente tutti quelli che sono i nostri valori: della terra, della lealtà, della fedeltà, di tutti i contenuti delle canzoni di Battisti, e di volare e sognare sopra queste colline e sopra questi campi fioriti. Che poi è quello che sogno la sera quando vado a letto: volare, ma anche solo camminare, in questa meravigliosa campagna».

Ma la tua attività principale non è il vino, e nemmeno i ciliegi, ma il mondo della finanza: come mai hai questa duplice anima?
«Sempre per colpa di mio padre: le radici qui risalgono al 1925, quando papà è stato partorito all’ospedale di Borgo Trento, di Verona; poi è stato affidato a una balia, di una casa qui dietro, che l’ha allattato e allevato fino all’età di 6 anni. Praticamente, papà aveva messo le radici qui, e il suo destino doveva essere quello di rimanere un agricoltore analfabeta. Se non che, la sorella di papà, di Milano, come i genitori, disse alla nonna che bisognava andare a prendere Armando, mio padre, altrimenti sarebbe rimasto analfabeta. E l’hanno portato a Milano: in collegio, è stato strappato da questi luoghi. La sua vita era incredibile, perché scappava dal collegio e tornava qui: veniva a piedi, perché per lui qui c'era la sua mamma. Però poi ha avuto la fortuna di entrare alle Assicurazioni Generali, di crescere anche dal punto di vista della carriera, e negli anni ’60 ha acquistato la terra della sua balia. Non appena ha avuto i denari per poterlo fare, ha comprato tutto il terreno, dove andava a portare le pecore fuori da bambino. Negli anni ’80 ha messo in piedi l’attività finanziaria. Nel 1982 ha fondato l’attuale General Finance: mentre cresceva la sua posizione alle Assicurazioni Generali è diventato anche imprenditore. Mi ha affidato General Finance esattamente 25 anni fa: per un “errore”, perché non doveva essere quello il mio lavoro».

E quale doveva essere?
«Papà a 14 anni mi aveva detto di seguire la terra, quindi ero diventato perito agrario e vivevo qui, a Erbin. Ho fatto l’agricoltore e quando sento i miei amici milanesi che dicono “andiamo in campagna a lavorare”, dico loro che non si rendono conto di cosa significhi. Io ho fatto l’agricoltore: spargevo letame e liquame, mungevo le mucche, ma non facevo il lavoro dell’agricoltore di oggi robotizzato, con le cabine pressurizzate. Il mio Fiat 880 aveva solo il roll bar, e spargere 10000 quintali di letame in inverno non era uno scherzo: arrivavo a casa assiderato e mia madre mi metteva nella stufa thun. Mio padre mi chiamò dopo 10 anni di esperienza qui: dovevo diventare dottore in agraria, ma lui mi disse che l'attività finanziaria gli dava dei grattacapi. Inizialmente, dovevo andare a Biella, cessare l’attività e tornare a fare l’agricoltore. Dopo qualche mese, però, era evidente che liquidare l’azienda, sarebbe stato difficile, costoso e molto lungo. Decisi contro la volontà dei miei genitori di mettermi a lavorare per l’attività di cui la famiglia aveva bisogno mi occupassi in quel momento. Con un po’ di fortuna, e un po’ di cocciutaggine, ho trasformato un’attività da cessare, in una piccola banca: ho lavorato 25 anni, ho convertito la vecchia finanziaria in una attività di factoring, e mi occupo di finanza di impresa da 25 anni. Ho portato un’azienda da zero di fatturato ai circa 300 milioni dell’anno scorso».

Non hai mai dimenticato però questi posti?
«No, ho fatto crescere tutto mattone su mattone. Le mie storie non sono facili, sono storie di lunghi anni di applicazione, ma anche di risultati ed ecco perché la mia doppia anima. Il cuore batteva qua, a Erbin. Io dicevo “quando avrò 40 anni voglio avere i soldi e il tempo per riprendere in mano quello che ho dovuto abbandonare”. Ho dovuto affittare questo patrimonio e non potevo pensare che questa cosa non potesse prendere esattamente la forma che sto dando a questo luogo. E poi ho avuto la fortuna di avere, a 40 e rotti anni, un po’ di soldini e di tempo, delle mie 13/15 ore di lavoro giornaliere, che per me non è lavoro ma è un gioco: perché io mi sveglio al mattino e sono l’uomo più felice del mondo perché faccio quello che mi piace fare. E quindi ecco la mia doppia anima: la finanza che mi ha dato tantissimo, oggi applicata a questo mondo mi dà buoni risultati».

Non hai solo La Collina dei Ciliegi nel mondo agroalimentare?
«Diciamo che la declinazione de La collina dei Ciliegi è molto ampia, perché nel mio patrimonio c’è una serie di attività collaterali, agganciate a La collina dei Ciliegi, di comunicazione, ristorazione, in particolare declinate in questo momento nella Sky Lounge di San Siro, che è un posto meraviglioso, dove ho portato l’alta ristorazione e la cantina dentro a uno stadio: il più bello e il più importante stadio italiano, dove tra l’altro ho messo insieme, e questa è una cosa importante, Milan, Inter e concerti. È l’unica lounge in Italia, stabile, aperta a due squadre antagoniste, e sono riuscito a mettere in piedi questa cosa particolare. Anche lo show room di Milano è un altro luogo importante, come l’aver deciso di avere il quartier generale e la sede legale a Milano: al primo premio ricevuto da Vinitaly, ci chiamò il Consorzio di tutela del Valpolicella chiedendo dove avevamo le vigne, avendo sede a Milano. E poi un’altra cosa veramente importante, e che è stata una scelta che con il senno di poi si è rivelata davvero corretta, è stata l’apertura 5 anni fa di un desk a Shanghai. Abbiamo uno dei nostri manager che lavora là. Aver scelto di esser presenti in Cina ci ha fatto diventare in 4 anni una delle aziende italiane, nel nostro piccolo, che hanno una maggiore presenza e solidità in quel paese. Non solo, attraverso questa struttura in Cina, siamo riusciti ad avere 10 importatori che coprono praticamente tutto il territorio. Quasi sempre gli italiani che vanno in Cina, si fermano a Pechino e Shanghai, che hanno insieme gli abitanti del nostro Paese, ma l’altro miliardo e 450 milioni sono sparsi in un territorio immenso dove non va nessuno. Quindi abbiamo lavorato proprio per essere presenti lì. È il nostro principale mercato dopo l’Italia, e oggi gruppi che fatturano in totale molto più di noi, fatturano però meno di noi in Cina. Credo che questo sia dovuto al bellissimo legame che abbiamo formato. Soprattutto abbiamo investito per parlare cinese, e per avere la filosofia cinese: andare in Cina e parlare inglese non paga, se si vuole essere ascoltati. Questa è stata una scelta molto costosa e onerosa, anche dal punto di vista organizzativo e logistico, ma è stata una scelta vincente».

Quante bottiglie fate e quali sono gli sviluppi futuri?
«Come sai questo progetto è nuovo: e questo ha tutti i vantaggi e pregi delle cose nuove, perché non siamo nobili e non abbiamo legami con marchi precedenti. La Collina dei Ciliegi è un’azienda libera di fare quello che meglio ritiene. Abbiamo ideato il Valpolicellashire, ci divertiamo: nel 2009 le bottiglie erano mille, l’anno scorso 300mila e il piano industriale ci porterà a un milione di bottiglie nei prossimi 3 anni. Non è tanto difficile, visto il patrimonio, la terra e le vigne, perché qui è un vigneto unico. L’enologo è straordinario: abbiamo vinto 126 premi a livello internazionale. Bisogna essere capaci di comunicare e di vendere: non mi preoccupa tanto la capacità produttiva, quanto la capacità commerciale. La qualità non è neanche da discutere: senza la qualità assoluta, non si comincia neanche, o si buttano via i soldi. Dando per scontata la qualità, abbiamo fatto un enorme investimento, davvero molto grande, in comunicazione e posizionamento del marchio negli ultimi 5 anni. L’amministratore delegato di uno dei più grandi gruppi vinicoli italiani, che è venuto qui a cena qualche tempo fa, mi ha fatto i complimenti perché La Collina dei Ciliegi da un’immagine di qualità assoluta e questo per me, detto da un uomo che non mi deve niente, mi ha dato una grandissima soddisfazione, perché il mio investimento, a distanza di 4-5 anni viene letto in modo positivo. Quando siamo partiti da qui, avevamo l’idea di creare un brand, un marchio: senza questo non saremmo potuti partire né con la comunicazione, né con le vendite, né soprattutto con il mantenimento della marginalità e del prezzo. Perché se sbagli quello, vai in giro per il mondo a fare la guerra dei prezzi: a noi questo non interessa. Non svendiamo il vino, lo vendiamo al prezzo corretto. Ci vuole un prodotto che ha tutto».

E il mondo della ristorazione?
«Il 2015 è stato l’anno del reset dei ristoranti: io avevo aperto L’Antica Osteria del Ponte nel 2012 con affitto del ramo d’azienda da Ezio Santin, e l’anno successivo Amo Opera Restaurant, con affitto del ramo d’azienda dalla Fondazione Cariverona. Ai ristoranti ho dato 1 milione650mila euro di perdite. Io credevo nel connubio tra alta ristorazione italiana e, soprattutto per il mio progetto, di internazionalizzazione. Mi sono scontrato con l’assoluta ingestibilità degli chef e ho sbagliato: nel senso che ho capito che non si può creare un team, un consiglio di amministrazione, un’impresa con degli chef, che sono primedonne ingestibili, che dicono una cosa e ne fanno un’altra. Probabilmente non ho avuto la fortuna di incontrare gli chef giusti, perché ci sono degli chef come Ducasse, per esempio, che hanno creato delle multinazionali, ma io ho trovato due chef particolarmente ingestibili. Bravi. Per me, uno in particolare, tra i migliori cuochi che abbia mai incontrato, ma un disastro totale del punto di vista della comunicazione, della presentabilità e del fatto che voleva fare solo quello che diceva lui: questo è incompatibile con un progetto di internazionalizzazione. Ho deciso di restituire questi due grandi amori, cessare di perdere soldi, anche se ci ho messo anima e corpo. Dal punto di vista gastronomico avevamo anche ottenuto risultati ottimi, mentre erano pessimi dal punto di vista economico. Allora abbiamo deciso di concentrare tutte le risorse sulle cose che funzionavano, tenendo la Sky Lounge di SanSiro, con lo chef stellato Enrico Bartolini. Dopo un anno di rapporti con lui, posso dire che è un imprenditore, un ragazzo serissimo e sono molto contento. Ma come tutte le persone ustionate, prima di ritornare felice, ci vuole un po'. Poi abbiamo deciso di concentrare tutto qui ad Erbin, in quella parte del borgo in cui creeremo 6 suite, per cui ho già ottenuto la concessione edilizia alberghiero-residenziale, con un piccolo ristorante, una cucina. Lì sotto nasce un progetto di vita in campagna, benessere assoluto: 6 suite meravigliose con annesso auditorium e scuola di cucina».