Intervista a Mario Ghezzi, titolare delle Terrazze di Montevecchia, agriturismo in Alta Brianza, che produce un millesimato metodo classico a base Viognier

«La vedi quella lucina? Ѐ un aereo che sta atterrando. Sembra fermo, pare una stella. Da qui a un minuto non la vedi più. Lì è Orio al Serio». Dalle Terrazze di Montevecchia, uno scenografico agriturismo a cinquecento metri di altezza, con vista sui ripidi terrazzamenti della Collina, si gode una vista meravigliosa. È un balcone sul verde dell’Alta Brianza. Qui si gusta la cucina del territorio, risotto al rosmarino, salame nostrano, caprini di Montevecchia, carni e salumi da aziende agricole locali condite con erbe aromatiche.

Mario Ghezzi, il padrone di casa, ci racconta il panorama come fosse un quadro. «A Nord si vedono le cime del Resegone, le Grigne, i Corni di Canzo, il Cornizzolo. A Sud Milano, a Est Bergamo». Padre brianzolo e madre bergamasca, dall’italiano scivola però presto al dialetto. «A me piace ancora parlarlo, non lo usa più nessuno». Da ex paracadutista ha la pelle dura, anche se gli scossoni della vita l’hanno messo a dura prova nell’ultima anno. Ma lui alla fine dimostra sempre un entusiasmo e la brillantezza di un ragazzino, nonostante i 73 anni. E ci spiega come è diventato uno dei simboli della viticoltura eroica del territorio. Quella Montevecchia decantata da Stendhal nell’Ottocento come terra di grandi vini. Dieci ettari vitati e una chicca da non perdere, uno spumante metodo classico Brut Terre Lariane Igt. «Bollicine Brianzole». Un prodotto che non ha nulla di invidiare a tanti Franciacorta in circolazione (non è una caso che l’enologo della cantina arrivi da lì). E dall’ottimo rapporto qualità prezzo. «Dovrebbero rubarmelo» butta là Mario.

Mario, come nasce il viticoltore?
«Mio papà aveva un’osteria, una classica trattoria a Rovagnate. Dopo la scuola, mio fratello è andato a fare il perito, si aprivano le fabbriche meccaniche. E anch’io fatto lo stesso. Sei anni al «Badoni» a Lecco perché il serale era diviso in sei anni, non perché sono stato bocciato. Scuola dalle 7 alle 11, di giorno a lavorare in osteria: facevamo i contadini, piantavamo patate. La trattoria rendeva poco. Vendevamo allora anche carbone da legna. Ne ho portate a tonnellate in spalla. Avevamo le ceste di vimini che ti facevano scendere la polvere nel coppino. Quando hanno inventato quelle di plastica è stato un sollievo. Ho lasciato il diploma di perito nel cassetto. Con il boom del dopoguerra la trattoria ha avuto un po’ di sviluppo. Ho cominciato a vendere vino dell’azienda di famiglia, Vinicola Ghezzi di Rovagnate. Compravamo l’uva in Oltrepò e in Piemonte, in Puglia e la pigiavamo. Facevamo anche consegna alle famiglie. E mi ha preso la passione del vino e la voglia di avere una vigna».

Quali sono stati i passi successivi?
«Nel 1981 ero socio con mio fratello nella Vinicola Ghezzi, abbiamo comprato la tenuta Valcurone che c’è ancora. Seguivo la vigna, ho piantato Chardonnay, un vitigno allora emergente, e Cabernet Sauvignon. Non c’era nulla allora in zona, sono stato l’apripista. Poi a fine anni ’80 abbiamo diviso la proprietà: mio fratello ha tenuto l’azienda agricola Valcurone e io la vinicola Ghezzi. Ho pianto quel giorno. A primi anni ’90 ho cominciato a produrre un vino che chiamavo Pincianell, comprando l’uva da contadini. Era più il “despresi” (fastidio, ndr) che tutto. Facevo quasi opera sociale. Nel ‘94 ho avuto poi la possibilità di comprare Le Terrazze, una vecchia cascina che era di proprietà del vecchio ristorante Carlambroeus. E ho preso in affitto una collina, Munciar».

A chi si è affidato per la consulenza enologica?
«Ho pensato di contattare il professor Scienza per piantare le prime viti. Un amico enologo mi ha detto: “Ma lascia perdere, è il numero uno, va in giro per tutta Europa, mica si muove per te”. Un giorno, nel ‘94 vado al Vinitaly. Relazionava Scienza sulla zonazione del Lugana. C’erano quattro gatti. All’uscita della conferenza ho chiesto se mi dava una consulenza per impiantare viti vicino a Milano. “San Colombano, mi dice lui?” No professore, gli rispondo, come ha scritto Mario Soldati a pagina 122 del libro “Vino al vino”, quello di Montevecchia deve considerarsi vino di Milano perché dista 24 chilometri, mentre San Colombano 40. Questo l’ha incuriosito e mi ha poi chiamato».

Come è nata la decisione su quali viti impiantare?
«Allora sognavo la gloria. C’erano nella vigna ceppi di viti secolari. Volevo reimpiantare quelle. Pensavo fossero autoctone. Invece erano Lambrusco, Barbera, Schiava, Garganega. Ho chiesto allora a Scienza quali vitigni dovessi impiantare per produrre i vini più buoni possibile, con il maggiore quantitativo e meno lavoro. Io però non volevo copiare. Niente Chardonnay e niente Cabernet Sauvignon, anche perché mi sembrava di fare torto a mio fratello. Scienza era contento: “Bravo Mario, fai qualcosa di innovativo”. Viognier, Syrah, Petit Verdot e Marsanne, sono state allora le primi viti. Ho fatto arrivare le piantine, 50 per ogni tipo, dalla Francia. E le ho impiantate in cima alla collina. Poi alla fine ho ridotto a Viognier e Syrah».

Quali sono oggi i vini prodotti?
«Faccio cinque vini. Il base è il Pincianell, sia bianco sia rosso (bianco, Viognier; rosso, Syrah e Merlot, ndr). Era il modo con cui i contadini chiamavano il loro vino locale. Deriva di “pinciareou” che è l’acino dell’uva. Un vino fresco, piacevole e leggermente frizzante per una rifermentazione naturale. Fa solo acciaio. Ѐ un po’ come la Cinquecento, ma non quella di allora che vibrava, oggi va a 180 all’ora. Il nome è lo stesso ma ha una veste nuova, non c’entra più nulla con quello di un tempo che non era buono. Poi un bianco a base Viognier, il Munciar. E un rosso, il Cepp, con maggiore percentuale di Merlot rispetto al Syrah, che fa anche 12 mesi in barrique. Barrique di cinque anni: il vino deve sapere di vino e non di legno. Quindi la mia chicca, il Terrazze di Montevecchia Brut metodo classico».

Come nasce questo Brut?
«Dopo i primi anni di vinificazione dell’uva bianca mi sono accorto di avere un’uva bianca di bassa gradazione ma molto acida. Per fare un bianco fermo era un po’ magro, nel 2002 abbiamo fatto la prima vendemmia dello spumante, sboccatura 2004. Allora era “America”. Abbiamo fatto l’inaugurazione alle Terrazze. C’era un enologo che faceva corsi di degustazione. Ostriche e spumante à gogo».

Come descriverebbe il suo spumante al naso e in bocca?
«Io sono un produttore, ognuno la conta a modo suo. Posso dire che è un millesimato, tre anni sui lieviti. Parla la bottiglia».

E allora come lo definirebbe?
«In due modi, il primo, che però mi piace sempre meno, lo champagne della Brianza. In realtà non c’entra nulla. Il più spiritoso è che lo chiamo BB: per la mia gioventù sta per Brigitte Bardot. Come la mitica BB, il mio spumante è biondo, effervescente, spumeggiante e di classe. Oggi la versione attuale, vista che l’età avanza anche per lei, è Bollicine Brianzole».

Qual è il suo valore?
«Ha il valore aggiunto che è sudato. C’è dentro il territorio. Io sono pronto a qualunque confronto, però, sulla sua qualità. Dieci champagne e spumanti, tra cui il mio, e vediamo alla cieca cosa esce. Montevecchia ha un terreno calcareo, ricco di minerali. La lavorazione sui terrazzamenti è difficoltosa. In Franciacorta, in pianura, fanno dai 100 a 120 quintali per ettaro. Il trattore quando fa i trattamenti va a otto chilometri all’ora. Qui faccio dai 40 a 45 quintali di uva per ettari e il trattore va a 3,8 km all’ora con pericolo di ribaltamento».

Non c’è mai stata una prova con altri spumanti?
«Anni fa un amico sommelier mi ha detto che ha fatto una degustazione con amici alla cieca, utilizzando il Terrazze Brut e un Franciacorta. Hanno dato il punteggio e il migliore è risultato il mio».

Solfiti e bio?
«Faccio lotta integrata. Lavoro “cum grano salis”. Sul bio sono un po’ scettico. Negli anni 2012-2014 c’è stata tanta pioggia. Chi fa vino discreto, come fa? Ba’. Sui solfiti sono a un terzo rispetto a quello che prevede la legge».

In realtà lei produce anche un delizioso passito.
«Sì, a base Viognier: è perfetto con formaggi stagionati. Ma, sai: “Trenta euro, se’ matt”? mi dicono. Non c’è margine per il lavoro che c’è dietro. L’ho chiamato il mio testamento enologico. Ѐ vendemmia 2008, ho fatto 800 bottiglie, quando passerò a miglior vita ce ne sarà magari in giro ancora qualcuna».

Beh, testamento enologico, suvvia.
«Ho 73 anni, sono ormai sul rettilineo finale della vita. Ho fatto tre volte la maratona a New York a 60 anni. La gente esclama: “Ah caspita!”. Se dici che hai fatto quattro volte la maratona ad Abbiategrasso non conta niente. Nel percorso c’è anche la First Avenue, che è un rettilineo di cinque o sei chilometri. Quando arrivi lì, strisci per terra, non finisce mai. Spero che il mio rettilineo sia come quello della First Avenue».