A due passi dal Cenacolo è rinata la Vigna di Leonardo grazie a un progetto scientifico che ha identificato l'esatta ubicazione e il tipo di uva coltivata. La vite è visitabile nel giardino di Casa degli Atellani. Nel 2017 le prime bottiglie

Milano conserva tesori nascosti che solo eccezionalmente vengono mostrati al pubblico. Expo consente di ammirare una delle sue gemme. Ci riferiamo alla Vigna di Leonardo da Vinci, donata dal duca di Milano, Ludovico il Moro, al Genio mentre dipingeva l’«Ultima Cena» nel refettorio di Santa Maria delle Grazie. E che con un lavoro scientifico certosino oggi è rinata nel suo luogo originario, il giardino della Casa degli Atellani, splendida dimora rinascimentale a due passi dal Cenacolo, l’unica lungo corso Magenta che conservi l’aspetto dell’epoca. Per tutta la durata dell’Esposizione questi due capolavori sono visibili al pubblico, con un percorso in sette tappe e un supporto audiovisivo in undici lingue (dialetto milanese incluso).

Leonardo proveniva da una famiglia di vignaioli. Origine che deve avere lasciato un segno. Scrive: «Et però credo che molta felicità sia agli homini che nascono dove si trovano i vini buoni». La storia di come la Vigna abbia ripreso vita ha quasi le connotazioni di un giallo. Nel 1498 Leonardo, che era a Milano da sedici anni, riceve in dono da Ludovico il Moro una vigna di forma rettangolare larga 59 metri e lunga 175, quasi sedici pertiche, circa un ettaro. Parte si trovava allora nel perimetro dell’attuale giardino di Casa degli Atellani. Con la morte del Genio, avvenuta in Francia, ad Amboise, nel 1519, il testamento prescrive che essa sia suddivisa in lotti eguali, l’uno da affidare al servitore Giovanbattista Villani e l’altro all’allievo prediletto, Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaì.

Saranno circa 100 le bottiglie prodotte di Malvasia di Candia Aromatica come le facevano all'epoca di Leonardo

Dopo secoli di oblio, negli anni Venti del Novecento, la Vigna di Leonardo viene riscoperta dall’architetto Piero Portaluppi incaricato dall’allora proprietario, il senatore Ettore Conti, grande magnate dell’industria elettrica italiana e tra i più grandi industriali del Ventennio fascista, di ristrutturare la Casa degli Atellani. La scoperta avviene sulla base degli studi dell’architetto Luca Beltrami, grande storico di Leonardo, che aveva rintracciato l’esatta ubicazione della vigna, in fondo al giardino della Casa degli Atellani, studiando atti notarili e documenti rinascimentali e ne aveva fotografato i filari. Purtroppo un incendio distrusse le ultime tracce e i disastri urbanistici e le macerie dei bombardamenti della guerra fecero il resto.

Ma a metà degli anni Duemila l’idea del recupero riprende, grazie a uno studio effettuato dall’enologo Luca Maroni. Gli attuali proprietari e la Fondazione Portaluppi portano avanti il progetto e danno quindi il via agli scavi e al carotaggio. La prima scoperta è il camminamento originale del vigneto leonardesco. Quindi, grazie all’analisi sui detriti organici della terra raccolta, il pool del professor Attilio Scienza, ordinario di Viticoltura presso l’Università degli studi di Milano e coordinatore del gruppo scientifico di lavoro, di cui fa parte la dottoressa Serena Imazio, genetista, annuncia di essere risalito al dna originale della vite di Leonardo. Il responso è Malvasia di Candia aromatica, all’epoca molto popolare.

A quel punto scatta l’operazione riproduzione grazie a un clone coltivato dal Consorzio di tutela dei Vini Doc dei Colli Piacentini. «Sono entrato nel team come responsabile della parte agraria quando è stato appurato, dopo una prima scrematura di 283 candidati del gruppo dei moscati e della malvasie, che l’uva era la Malvasia di Candia aromatica – racconta Roberto Miravalle, presidente del consorzio di tutela Vini Doc dei Colli Piacentini e docente di Agronomia all’Università Statale di Milano – In Italia ci sono infatti 18 malvasie ma quella aromatica di Candia è coltivata sui colli piacentini, in un’area di circa 700 ettari, che è dieci volte più grande rispetto a quella dei colli di Parma dove ancora persiste quella coltivazione. Il professor Scienza mi ha chiesto di riprodurla per il 2015, in concomitanza con l’Expo. Se avessimo piantato delle barbatelle (piccole viti innestate su portainnesti americani – ndr) quest’anno avremmo avuto solo delle piantine, invece abbiamo prodotto delle margotte (tecnica che permette una perfetta clonazione di piante dotate di radici a partire dai rami di una pianta sviluppata – ndr) in un vigneto nel Piacentino e le abbiamo portate a Milano lo scorso marzo. Oggi quindi la vigna ha piante di circa due anni. A febbraio-marzo del 2017 – annuncia – potranno dare le prime bottiglie del vino di Leonardo, che credo si farà sicuramente. Saranno almeno un centinaio. Sarà un vino fermo, magari dovrà essere affinato. Fermo – sottolinea – come quello che beveva Leonardo. Allora non si poteva farlo frizzante. Non c’erano ancora le bottiglie e il vino si conservava nella terracotta. Era un prodotto a bassa gradazione alcolica, tra nove e undici gradi, il clima nel Cinquecento era ancora freddo e i vigneti erano attorno alle città a causa dei problemi di trasporto. Il nome Malvasia – fa notare – è una storpiatura del porto greco di Monemvasía (il significato è «un solo accesso» – ndr), che era la base logistica di Venezia nel Peloponneso da dove si esportavano i vini greci. I vini dolci e liquorosi venivano trasportati con più facilità, perché avevano più zucchero, che è un conservante. Anche il Vin Santo probabilmente deriva da vino di Santorini».

Il progetto è oggi diventato un percorso museale. Il biglietto unico, consente di visitare la splendida Casa degli Atellani, il giardino e la Vigna di Leonardo. Gli Atellani, diplomatici probabilmente originari della Basilicata, ricevettero la dimora da Ludovico il Moro, in qualità di fedelissimi cortigiani degli Sforza. Notevole la sala dello Zodiaco e la sala dei ritratti della dinastia sforzesca attribuiti a Bernardino Luini. Il giardino era poi nel Rinascimento luogo di feste e centro della vita mondana milanese del periodo sforzesco. Tanto che Matteo Bandello, il più importante novelliere del sedicesimo secolo, vi ha ambientato la maggior parte delle sue novelle.
Il luogo, assai suggestivo, è teatro di appuntamenti di varia natura. Martedì, primo settembre, il giardino della Vigna di Leonardo ospiterà l’evento (riservato a ospiti, buyer, operatori e stampa) «La Pizza, “Capolavoro Universale”», organizzato da Confagricoltura, associazione che è partner del recupero della Vigna e che rappresenta 650 mila imprese agricole. «Il luogo ideale per far conoscere ai visitatori di Expo i nostri “Capolavori” – ha dichiarato il presidente di Confagricoltura Mario Guidi – frutto dell’ingegno, dell’inventiva e della laboriosità che hanno reso famoso il nostro Paese nel mondo e che nel grande genio di Leonardo da Vinci hanno trovato l’apice della loro espressione».

Ci sarà un momento dedicato al racconto della filiera, dei quattro prodotti di eccellenza della nostra agricoltura, grano, pomodoro, olio extravergine d’oliva, mozzarella che, danno origine a un prodotto simbolo del made in Italy nel mondo.Quindi la «pizza show», con degustazione firmata dai più famosi pizzaioli d’Italia e internazionali, condotta dal noto giornalista e critico gastronomico Luigi Cremona. Dulcis in fundo, la caffetteria della Vigna di Leonardo ospita in degustazione e vendita i prodotti delle aziende di Confagricoltura con settimane dedicate ai prodotti tipici delle varie regioni d’Italia.