L'azienda agricola La Chicca, in provincia di Sondrio, coltiva frutti rari intercettando nuovi trend di mercato che premiano i superfruit

Dici goji e pensi al Tibet. Ma i tempi cambiano. L'azienda agricola La Chicca, nel comune di Tresivio, in provincia di Sondrio, è stata tre le prime in Italia a effettuare una coltura intensiva di questa «bacca della felicità». E oggi, a circa 450 metri di altitudine, e a pochi chilometri da Teglio, patria del grano saraceno, ingrediente principe del pizzocchero, propone nuove varietà inedite, gialle e nere.

Ivano Castelli, 49 anni, guida l’azienda da sette anni. Un nome, La Chicca, che pare un programma. Coltiva, infatti, e produce piccoli frutti di bosco insoliti e rari, cercando di intercettare il trend di mercato salutistico, e tracciando nuove vie. Circa una trentina di diverse piante da frutto, (all’aperto o in serre non riscaldate), che si suddividono poi in tante altre varietà: dai mirtilli siberiani al lampone fragola, dal mini kiwi senza pelo al buffaloberry, un potenziale superfood che cresce nelle riserve degli indiani del Dakota.

Com’è nata questa attività?
«Abbiamo aperto sette anni fa. Facciamo selezione e produzione di piante con sperimentazione sul campo, vendendo soprattutto ad altre aziende agricole. Mi piaceva l’idea di produrre frutti insoliti per entrare anche in una fascia di mercato meno concorrenziale. L’impresa è nata da una passione che ho condiviso con mia moglie. Frequentiamo le fiere di settore, Orticolario, Orticola. Sono un po’ autodidatta, se serve mi appoggio alla Coldiretti di Sondrio e ad altri consulenti».

Il goji in Valtellina? Sembra un azzardo.
«Siamo stati tra i primi a proporre il goji in Italia sette, otto anni fa: Lycium barbarum. Siamo stati colpiti dalle proprietà di questo frutto, facendo alcune ricerche. Arriva dal Tibet, dalle pendici dell’Himalaya, sopporta anche i meno trenta gradi, dunque poteva sopportare anche il freddo della montagna della Valtellina. Cinque anni fa a Orticolarium, a Villa Erba sul Lago di Como, abbiamo preso il primo premio per la selezione di goji: avevamo dodici varietà, dal più amaro al più dolce. Oggi ce lo chiedono da Puglia, Piemonte, anche Valtellina, dove sono state coltivate mille piante. E lo vendiamo anche in Europa. Abbiamo un centinaio di piante per la selezione e una piccola produzione per i privati. Il frutto era partito bene: oggi il mercato è un po’ fermo. In giro hanno messo “ciofeche”, quasi tutto Lycium Chinensis, di qualità inferiore, e vari incroci».

C’è qualcosa di nuovo per il goji?
«Oggi abbiamo una nuova varietà di goji, di colore giallo. E siamo stati i primi qualche anno fa a proporre quello nero, ricchissimo di antociani: da noi soffre il freddo, ma al Sud cresce bene. Sembra un rosmarino prostrato, la pianta è completamente diversa. È una novità assoluta, ce ne è pochissimo. Arriva dal Centroamerica».

Quali altre produzioni proponete?
«Collaboriamo in Trentino con un centro sperimentale, vicino a San Michele all’Adige, per la produzione del mirtillo siberiano. Ne abbiamo 23 varietà. È facile da coltivare e non richiede trattamenti. Abbiamo selezionato qualità dal gusto dolce, simile al mirtillo selvatico, di bosco. È ricco di antociani e pigmenti: la polpa è rossa e non bianca come quella del mirtillo americano comune. Non viene attaccato dalla drosofila che spesso colpisce il mirtillo in Trentino. Va bene per consumo fresco, per torte, marmellate, succhi».

Altre chicche?
«Sta crescendo d’interesse l’Aronia. È una bacca simile ai mirtilli, ha la proprietà di abbassare il livello di insulina. Viene coltivata in Russia, Paesi dell’Est: con questa facciamo anche succhi e marmellate. Poi l’Arguta, il mini kiwi senza pelo. Appartiene alla famiglia dei kiwi: è dolcissima, sembra una caramella e si mangia senza sbucciarla. Ci sono diverse varietà: verdi, rosse, violacee. Anche questo frutto viene dai Paesi dell’Est. Aziende della Bergamasca, Piemonte, Parmense, Romagna ce lo chiedono e cominciano a piantarlo. Altra novità il lampone fragola, molto bello da vedere, originario del Nord America».

Altre bacche particolari?
«La Schisandra chinensis, la “bacca dei cinque sapori”, il Maqui, il mirtillo della Patagonia, l’Amelanchier, il Goumi del Giappone. Da poco abbiamo seminato il buffaloberry che viene coltivato in Canada (alcune ricerche lo indicano come potenziale superfood – ndr), l’Aristotelia Serrata che veniva coltivata dai popoli Maori. Tutte piante che produciamo da seme acquistati all’estero. Abbiamo anche piante alpine, genziana, diverse varietà di viole, orchidee. Possiamo produrre la stella alpina: da seme, ovviamente, non è uguale a quella di montagna perché non prende il sole delle Alpi».

Quali sono le piante con cui fate anche piccole produzioni per privati?
«Abbiamo in coltivazione 500 piante di mirtillo siberiano. Coltiviamo Arguta, diverse varietà di olivello spinoso, ricco di vitamina C, usato per marmellate ma anche in cosmesi. E poi il banano di montagna. Nasce nel Nord America e sopporta anche i meno trenta. È buonissimo, ha gusto dolciastro: è come vedere tre patate appese a una pianta. La polpa ha un retrogusto tropicale, tra la banana e il mango. Matura in autunno. Non se ne trova in commercio perché quando lo raccogli diventa subito nero: va consumato entro due o tre giorni».

La Valtellina si è accorta di voi?
«C’era un ristorante che proponeva un filetto di maiale con l’Aronia: si presta bene per salse da accompagnare alla carne. Assomiglia vagamente al cranberry (il mirtillo rosso americano, ndr), molto usato in cucina in Francia. Poi ci sono le pasticcerie che ci chiedono diversi tipi di frutti di bosco».

Quali di questi frutti potrebbero trovare spazi di mercato?
«L’Arguta. Si comincia a trovarla anche in qualche supermercato, importata. Ha un gusto più dolce del kiwi. E piace molto. Poi L’Aronia e il mirtillo siberiano. Anche il lampone fragola: grosso, spettacolare anche nell’aspetto visivo».