Intervista a Riccardo M. Pulselli, socio di Indaco2, realtà che elabora valutazioni ambientali per aziende che vogliono seguire un percorso di sostenibilità

Un volto green è oggi sempre più importante per un’azienda vinicola. La sostenibilità ambientale può essere una chiave per aprire mercati. Indaco2, società nata come spin-off dell’Università di Siena, è specializzata in valutazione ambientale. Elabora indicazioni di sostenibilità nel settore agroalimentare per aziende vitivinicole a conduzione convenzionale e biologica, che permettono poi di individuare azioni migliorative. In particolare utilizza una metodologia riconosciuta a livello internazionale come la Lca (Life cycle assessment), che traccia il profilo ambientale di un prodotto e i cui risultati sono poi la base per ottenere certificazioni ambientali come la Carbon footprint o l’Environmental product declaration. L’attività di Indaco2 ci viene raccontata da uno dei soci, Riccardo Maria Pulselli, architetto con PhD in scienze ambientali, che ha svolto attività di ricerca presso l’Università di Siena e curato progetti in collaborazione con il Massachusetts Institute of Technology e la Wageningen University, in Olanda.

Come e perché nasce Indaco2?
«Siamo nati come spin-off dell’università di Siena: i primi tre anni abbiamo avuto un periodo di incubazione. Oggi siamo una srl: con me c’è Elena Neri e un altro socio, che è il nostro avamposto in Lussemburgo. Abbiamo alle spalle diversi anni di attività di ricerca, soprattutto in ambito di indicatori di sostenibilità. Siamo specializzati in una tecnologia che si chiama Lca (Analisi del ciclo di vita), che ha una riconoscibilità internazionale in quanto normata da standard di riferimento. Lavoriamo in tanti settori, anche manifatturiero. Il principale è quello alimentare e vitivinicolo. Collaboriamo anche con Slow Food».

Come si svolge il vostro lavoro per le aziende vitivinicole?
«Per loro conto facciamo una verifica di tutti i processi. A partire da quelli in vigna, i consumi energetici, i combustibili, gli utilizzi di tutti i prodotti, le lavorazioni. Monitoriamo poi tutte le attività che si svolgono in cantina. In particolare, la domanda energetica, che cosa utilizzano, coadiuvanti enologici, prodotti di sanizzazione. E poi l’imbottigliamento, bottiglia, tappo e il resto del confezionamento. Gli impatti prevalenti sono proprio relativi al packaging. Le emissioni indirette sono dovute alla produzione dell’involucro di vetro, il cui peso può variare dai 350 ai 600 grammi».

Quali sono, invece, gli elementi in cantina e in vigna che più incidono sulle emissioni di CO2?
«L’aspetto energetico è il principale. In vigna, per esempio, il gasolio agricolo utilizzato dai macchinari. In cantina il consumo elettrico».

Come intervenite?
«Macchinari agricoli obsoleti comportano probabilmente un eccesso di gasolio rispetto allo standard. Possiamo indicare questa criticità e l’azienda può sostituire i macchinari o migliorare i processi di lavorazione. Per esempio, per decespugliare si può usare materiale elettrico o intervenire a mano. Poi c’è il discorso prodotti in vigna. Il bio ha un impatto meno rilevante rispetto a chi usa la chimica. Ma nello stesso tempo chi fa un vino convenzionale e in modo oculato può ottenere risultati simili a quelli del bio. Noi facciamo un monitoraggio super partes rispetto alle etichette».

E per la cantina?
«Chi utilizza fonti rinnovabili, come il fotovoltaico, ha un riscontro diretto sul prodotto, perché non ha emissioni dovute al consumo elettrico».

Come fate a monitorare l’emissione di CO2?
«Funziona tutto con dei calcoli, non facciamo campionamenti. Però entriamo in azienda, che si mette un po’ a nudo quando facciamo il rilevamento di tutte le attività. Non è sempre facile, perché bisogna raccogliere tutta una serie di informazioni che talvolta ignorano. È un check dell’azienda».

La Lca serve per la certificazione Viva?
«La Lca è basilare per accedere a una serie di certificazioni di prodotto. Non necessariamente la Viva. Le certificazioni internazionali sono la Carbon footprint (Iso 14067) , l’impronta carbonica, la Water footprint (Iso 14046:2014 ), che misura la quantità d’acqua utilizzata e, la più importante, la Dichiarazione ambientale di prodotto (Iso 14025)».

Come fa il consumatore a districarsi tra tutte queste sigle?
«Sono d’accordo, è complesso. Noi lavoriamo con aziende che non necessariamente si certificano. Il nostro lavoro serve a dare consapevolezza all’azienda per le implicazioni ambientali che ha. Può capire dove non inquinare ma anche dove risparmiare. Può individuare soluzioni dove migliorare. E fare comunicazione. E in questo poi li assistiamo».

In che modo?
«I nostri dati, i risultati che otteniamo, vanno a supportare il racconto qualitativo intorno alla sostenibilità della produzione. Al consumatore ci arrivi con lo storytelling del prodotto. E, se c’è un’infografica che racconta le pratiche ambientali in azienda elaborata da una spin-off dell’Università di Siena, aiuta. Oppure puoi farlo con le certificazioni, dove, è vero, c’è un po’ di confusione di sigle. Adesso c’è anche Viva».

Ma voi siete consulenti accreditati anche per la certificazione Viva.
«Vero. Nel momento in cui un’azienda fa un percorso con noi, se vuole, chiama un ente certificatore che fa un audit e controlla loro e controlla noi. E certifica il dato che noi abbiamo elaborato».

Ma come fa un’azienda a scegliere se è meglio una certificazione Viva o le Iso?
«Meglio farsi consigliare. La Viva è un protocollo che ha inventato il ministero dell’Ambiente. Include una procedura di Lca, la stessa che facciamo noi. E in più una serie di questionari che raccolgono informazioni relative alle buone pratiche che le aziende attuano. Diciamo che è un protocollo che parla della sostenibilità in modo ampio, anche a livello sociale e di territorio».

Che numeri abbiamo?
«Credo che la certificazione Viva sia stata al momento adottata da una ventina di aziende in Italia: a noi non ci è stata mai richiesta. Con le Iso abbiamo lavorato con una dozzina di aziende, che però non hanno concluso la certificazione, ma si sono fermate alla nostra comunicazione. Nella maggioranza dei casi le aziende non ricorrono alla certificazione con l’ente certificatore».

Perché alla fine non chiedono la certificazione?
«Credo che alla fine non sappiano quale certificazione scegliere e capirne il vantaggio in più rispetto al consumatore. E poi c’è il problema di dove metterla in etichetta che ha uno spazio così limitato. Può essere interessante per chi mette il vino nello scaffale dei vini bio o biodinamici. Con noi l’azienda intraprende un percorso. E riscontra dei benefici, sia da un punto di vista economico sia di mercato. Soprattutto le aziende che vogliono accedere al green marketing. I dati che rileviamo sono quelli che servono per ottenere la certificazione. E li raccontano poi nelle brochure, sui siti Internet. Un esempio può essere: “Negli ultimi tre anni abbiamo ridotto le emissioni del 50 per cento perché abbiamo fatto queste azioni”».

Benissimo: ma uno può chiedere, come me lo dimostri?
«A questo punto devono fare un passo in più e fare intervenire l’ente certificatore per avere il marchio. Un vino che ha certificato la Carbon footprint è, per esempio, Donnafugata».

Non è che questa titubanza a farsi certificatore ha dietro un problema di costi?
«Credo proprio di sì. Gli enti certificatori sono multinazionali, hanno tanti dipendenti. Sgs è uno di questi. Il costo è proporzionato alle dimensioni dell’azienda. E per alcune non sono sostenibili. Non bisogna però pensare al consumatore del supermercato, ma all’importatore americano, canadese o giapponese che questa roba la conosce. La logica è quella della green economy. C’è però troppa confusione tra cinque o sei etichette certificative. Anche Tergeo ha fatto una cosa simile. Il vino è un prodotto che si esporta e quelle internazionali funzionano meglio. Ma la maggiore confusione deriva dalle aziende che parlano di sostenibilità senza che sappiano cosa sia. Fanno racconti che non stanno in piedi. Confondono il consumo di CO2 con l’emissione».

Come vedi il futuro del green marketing?
«Ci sono mercati dove il tema è più sensibile, Germania, Stati Uniti, Canada, Giappone. E importatori che sono molto interessati al prodotto con caratteristiche di sostenibilità, per lo più Lca o Certificazione ambientale di prodotto. È un percorso indispensabile per il futuro. Chi ha capito la magnitudo di questo problema sa che deve esserci un’azione corale da parte di tutti, produttori e consumatori».

Fanno bene le aziende che cominciano a intraprendere questo percorso innovativo anche in chiave export?
«Sì, ci sono grosse opportunità da questo punto di vista. Oggi c’è una tendenza a differenziare i prodotti, dopo un periodo di sostanziale uniformità: quindi qualità, materie prime, denominazioni e anche sostenibilità. Sono tematiche che stanno riemergendo. E noi su questo ci abbiamo scommesso».