Secondo i dati di NetComm Focus, il food online in Italia vale 1,1 miliardi, è cresciuto in un anno del 34 per cento. Tutto il mercato digitale è di 27 miliardi

La marcia del food online è inarrestabile e l’Italia deve darsi una mossa se non vuole rischiare di venire travolta dal cambiamento. Basti pensare, a titolo di esempio, che il 19 per cento del vino comprato in Cina avviene via web. Alla seconda edizione di NetComm (il Consorzio del commercio digitale italiano) Focus, in collaborazione con TuttoFood Fiera Milano, si è fatto il punto sullo stato dell’arte dell’evoluzione del digitale nel settore alimentare. Con un ricco parterre di ospiti, espressione di grandi player: da aziende top come Barilla, Danone, Nestlé, Galbusera; ai nuovi player tecnologici come Google Italia e Amazon; al mondo Gdo, con Carrefour, Supermercati Unes; fino ad attori del cambiamento come Just Eat.

Trainante la crescita del food delivery online (+69 per cento): e arrivano i ristoranti on demand

Nel profluvio di numeri sciorinati, alcuni fotografano bene la situazione. In un mercato del food che in Europa vale circa 15 miliardi di dollari (di cui 10,8 miliardi food delivery), quello italiano è di 1,1 miliardo. Chi ha comprato food o grocery on line tra il 2006 e 2017 nel nostro Paese è solo il 3 per cento. Ben lontano dal 29 per cento dell’Olanda, ma anche dal 21 per cento della Germania e dal 15 per cento della Francia. Eppure, è l’aspetto positivo, la crescita annua nel 2018 in Italia è stata del 34 per cento, come ha mostrato in alcune slide Roberto Liscia, presidente di NetComm. Questo significa che le potenzialità sono enormi, lo sviluppo sarà inarrestabile, ma è più lento a causa di alcuni ostacoli.

Ma cosa c’è in quel miliardo di business che al momento rappresenta la fetta italiana del mercato? Andando a scomporla si scopre che per un terzo (32 per cento) è spesa online (grocery alimentare), un terzo (32 per cento) specialità gastronomiche e un altro terzo (36 per cento) food delivery. «La vera sfida del futuro è il customer journey, il superamento delle difficoltà nel processo di acquisto» ha rimarcato Roberto Liscia. Tra questi, i costi della consegna, la complessità della logistica che deve diventare 3.0 (nuovi servizi con i click&go, food packaging evoluti…). E in questo caso è l’innovazione tecnologica che può far fare il salto. Blockchain, big data, assistenti vocali rappresentano alcune soluzioni già del presente per migliorare e rivoluzionare la filiera. L’intelligenza artificiale diventerà sempre più pervasiva. Un esempio è oggi Google Assistent, che è stato presentato da Alessandra Domizi, industry head retail di Google Italia. Già a questo strumento è possibile affidare le prenotazioni di ristoranti, gestire la lista della spesa. «L’interazione sarà sempre più conversazionale, con comando vocale» ha profetizzato.

Che il food digitale in Italia sia più in ritardo rispetto ad altri settori lo ha mostrato Riccardo Mangiaracina, responsabile scientifico dell’Osservatorio e-commerce B2c Netcomm School of Management del Politecnico di Milano. Basti pensare che il valore degli acquisti e-commerce (una torta divisa a metà tra prodotti e servizi) vale 27 miliardi e il food occupa ancora un piccolo spazio (la penetrazione del food and grocery nel nostro Paese è dello 0,8 per cento, circa 2,9 milioni di web shopper). Numeri distanti dagli acquisti, per fare un esempio, di elettronica ed informatica, dove uno su quattro avviene online.

Un ambito che tira è sicuramente il food delivery. Un mercato da 3,2 miliardi in Italia, dove l’online occupa l’11 per cento (l’89 per cento è offline) e rappresenta la componente più forte di crescita nel food and grocery digitale (+69 per cento). Peccato che manchi di copertura territoriale e sia concentrato soprattutto nelle grandi città.

Si tratta poi di un fenomeno sociale, che esplode soprattutto nel weekend, come ha evidenziato Daniele Contini country manager di Just Eat Italia. E che colpisce soprattutto la fascia under 35 ma anche quella che arriva fino a 45 anni. «L’ordine dominante rimane la pizza, ma crescono anche i noodle e la cucina healthy ha dichiarato». Dietro a pizza e hamburger, ci sono, infatti, le cucine giapponesi e cinesi. Se da un alto le cucine fisiche «dimagriscono» (uno studio ha stimato che si sono ridotte di dimensione del 30 per cento negli ultimi trent’anni), dall’altro rischiano anche di volatilizzarsi i ristoranti tradizionali. Un esempio? Rose & Mary, a Milano: è un ristorante on demand, gluten e sugar free. Cucina solo per spedizione a domicilio.