La giovane Elisa Mazzetti, presidente delle Donne della Grappa, racconta come è cambiato il distillato simbolo del made in Italy, passato «dalle trincee ai salotti». L’azienda Mazzetti d’Altavilla, nel Monferrato, è la seconda più antica d’Italia ed è in attività da 172 anni

È la seconda distilleria più antica d’Italia. Da 172 anni produce grappe prestigiose premiate in Italia e all’estero. Mazzetti d’Altavilla è una delle imprese top nella produzione dello spirito made in Italy per eccellenza. Sette milioni di euro di fatturato, produzione che sfiora il milione di bottiglie, 30mila quintali di vinacce, solo piemontesi, lavorate nel Monferrato per garantire maggiore qualità. Mazzetti, presente a Gocce di Stilla, propone prodotti intriganti e aromatici, come la sensuale grappa di Ruché o di Moscato. Ci racconta questa bella realtà Elisa Mazzetti, 27 anni, responsabile del mercato estero per l’azienda di famiglia e presidente delle Donne della Grappa.

Elisa, raccontaci di te.
«Rappresento la settima generazione della famiglia Mazzetti. Siamo la distilleria più antica del Nord Ovest. E la seconda d’Italia, da 172 anni in attività. Per l’azienda sono responsabile del mercato estero e della comunicazione. Ho la maturità Linguistica, poi ho fatto studi di Giurisprudenza, non conclusi per lavorare nell’impresa di famiglia».

Che tipo di materia prima utilizzate per le vostre grappe?
«Solo vinacce piemontesi: è molto importante per la qualità della materia prima, che rimane più fresca. E per valorizzare il Monferrato, che ha zone bellissime ancora poco conosciute».

Un’attività ultrascolare avrà una storia densa di ricordi.
«Abbiamo collaborato con Ferrero quando hanno iniziato a produrre il Mon Chéri: la ciliegia sotto spirito era la nostra. Abbiamo ospitato Luis Sepúlveda per alcuni giorni alla distilleria, che ha scritto dei pensieri ispirati dalla nostra realtà».

Presidente delle Donne della Grappa: è un distillato femminile?
«Assolutamente. È un prodotto che negli ultimi decenni è cambiato: è piacevole, morbido, ideale anche per un palato femminile. Ci piace dire che siamo passati dalle trincee ai salotti. Oggi non è più robusto, usato per scaldare, ma da degustazione e meditazione. Il metodo produttivo si è innovato molto. Si separano, per esempio, in parte, i vinaccioli prima della distillazione in modo da eliminare i sentori amari. E totalmente i raspi».

Barricato o no: qual è la tendenza oggi della grappa?
«Oggi il mercato richiede un prodotto barricato: è più morbido, rotondo. E piace anche alle donne. Il legno dà tanto ma può anche togliere. Bisogna ben dosare i tempi. Per dire barricato deve rimanere all’interno della barrique la metà dell’invecchiamento e il soggiorno nel legno è di almeno 12 mesi. Le grappe possono invecchiare anche venti, trent’anni. Le nostre mediamente maturano intorno ai sei anni».

Dove avviene l’invecchiamento?
«Nelle botti di rovere per lo più. È il legno ideale perché arrotonda le note e le punte alcoliche del prodotto giovane, senza togliere il gusto. Può invecchiare anche nelle botti grandi, però. Abbiamo anche un prodotto che invecchia per cinque anni in sei legni diversi, rovere, ciliegio, frassino. Più il legno è aromatico più andrà a modificare il prodotto finale. Noi siamo puristi. Cerchiamo sempre di ponderare gli invecchiamenti in modo che non vadano a snaturare il prodotto e il vero aroma dell’uva utilizzata».

Puristi in assoluto?
«A ottobre, questa è una novità, saranno disponibili due grappe molto particolari che faranno affinamento in botti di bourbon e vermouth. Due prodotti che si discostano molto da quella che è stata sempre la nostra filosofia».

Va molto il monovitigno aromatico.
«Come prodotti aromatici abbiamo la grappa di Moscato, aromatica per eccellenza; quella di Ruché una vera chicca della nostra zona. Il mio prodotto preferito è la grappa giovane di Ruché in purezza. Abbiamo anche una linea barricata di Ruché che sta riscuotendo successo, la 7.0, una riserva».

Usate solo monovitigni?
«No, abbiamo anche dei blend. Gaia è di Moscato e Cortese, tra le più morbide che abbiamo. Poi Invito, Incontro e Intesa: tre prodotti nati da tre blend diversi (Barbera e Dolcetto; Nebbiolo da Barolo e da Barbaresco; Brachetto e Dolcetto, ndr). Ma sempre e solo vitigni del Piemonte».

Oggi la grappa si degusta in modo originale, con formaggi, salumi, crostacei, gelato, cioccolato: quali abbinamenti suggerite con i vostri prodotti?
«Il classico è con il cioccolato fondente: va a esaltare le note amare e pulisce la bocca. A noi piace molto con i formaggi stagionanti, come il Castelmagno. Abbiamo anche un ristorante nella nostra sede ad Altavilla Monferrato, Materia prima, dove sperimentiamo questi abbinamenti. Può anche accompagnare carni grasse, come la guancia di manzo o maiale: con grappe secche la carne è perfetta. Un piatto unico che prepariamo al nostro ristorante è il maialino cotto nella vinaccia, che si arricchisce di profumi».

Fate degustazioni in cantina?
«Li facciamo tutto l’anno, sette giorni su sette. Con Grappa Experience si possono vedere gli impianti, la barricaia e si fanno degustazioni presso lo store. Ne abbiamo anche uno a Milano inaugurato due anni fa in via Marghera. È il primo grappa store in Italia».

Come pensate di valorizzare la grappa rispetto a trend che premiano gin, rum, whisky?
«La mixology può essere una chiave. Stiamo portando avanti questo discorso con altre distillerie da tempo. Oggi il mercato è maturo. La grappa può esaltare cocktail. Non tutte sono adatte, ma selezionandole si ottengono ottimi risultati e non è vero che va a coprire gli altri ingredienti. Noi proponiamo, per esempio, il Grappa Mule con grappa di Arneis. O più semplicemente un Mohito con grappa di Moscato».

Oggi le vinacce sono utilizzate anche da aziende che producono filati, vestiti, borse in chiave di economia circolare. Persino in ambito dentistico per sfruttare i polifenoli: c’è spazio per tutti?
«Eh, un tempo le vinacce erano elemento di scarto. Si faceva un favore ai produttori di vino, portandole via. Oggi si pagano profumatamente e si stanno rialzando i prezzi perché cresce la richiesta di materia prima. Non è un bene per noi, anche perché la tassazione della grappa è alta».