Intervista a Paolo De Castro sulla etichetta con semaforo, «Se i danni sono acclarati va proibita», e a 360 gradi su mercato, dazi e protezionismo

L’etichetta con semaforo rischia di provocare l’ennesimo corto circuito in Europa. Altri Paesi, dalla Francia al Belgio, sull’onda dell’esempio inglese, sembrano tentati da quella strada basata su un sistema di dubbia validità scientifica. Una scelta che, se adottata, rischia di danneggiare fortemente il made in Italy, con Federalimentare e Coldiretti ormai sulle barricate. Sul tema, caldissimo, abbiamo sentito il parlamentare europeo Paolo De Castro, primo vicepresidente della commissione Agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento Europeo. Brindisino, 59 anni, è uno dei maggiori esperti delle questioni relative all’agroalimentare e delle sue connessioni con la politica europea.

Onorevole, all’etichetta con semaforo, adottata su base volontaria dagli inglesi, ora ci starebbero pensando anche francesi e belgi. Ma l’Europa c’è ancora e che fa?
«L’Europa deve agire come ha agito. Perché ha già aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Inghilterra, il Paese che ha promosso questa iniziativa. Procedura che è ancora in essere. In realtà lo hanno fatto dei gruppi di distribuzione. E carattere volontario: questo è molto importante sottolinearlo. Non ci sono state norme. Io poi sono stato promotore di un’iniziativa parlamentare, sottoscritta da 96 colleghi di diversi Paesi, che ha chiesto alla Commissione non solo di proseguire con la procedura di infrazione nei confronti degli inglesi, ma di andare a fondo sullo studio dei semafori. Ovviamente lo abbiamo fatto per evitare l’effetto domino. Non credo molto, però, a una mossa della Francia: il problema toccherebbe anche i loro formaggi, per dire».

Che vuol dire andare fino in fondo?
«Il problema dei semafori sta portando a effetti sul commercio. Se i bollini rossi inducono a fare scelte diverse rispetto a quelle fatte precedentemente, ne consegue un calo di consumo di alcune tipologie di prodotto, dai formaggi ai salumi, all’olio. Noi abbiamo chiesto (e il commissario per la Salute e la sicurezza alimentare, Andriukaitis, mi ha detto che stanno preparando la risposta), di analizzare gli impatti sul commercio per valutare i danni. Se ci fossero danni acclarati, a quel punto cambierebbe la partita.

Ovvero?
«Dovrebbe intervenire la Commissione a vietare i “semafori”, anche se sono a carattere volontario».

Quale sarebbe la motivazione principale?
«Ostacolo alla libera circolazione delle merci nel mercato interno. Cioè sarebbero stati posti degli ostacoli ad alcuni prodotti senza motivo. Non è che si può mettere il bollino rosso al Parmigiano Reggiano e verde alla Coca-Cola».

Come fa un sistema a semaforo a bocciare Grana Padano, Parmigiano Reggiano sui quali ci sono, tra l’altro, studi scientifici che documentano come siano prodotti funzionali, il cui consumo abituale proteggerebbe da diverse patologie, indipendentemente dal contenuto di sale. Oppure il Prosciutto di Parma, un prodotto senza quei nitriti e nitrati che sono invece nel mirino della Iarc?
«Questi semafori non prendono in considerazione la qualità degli alimenti, ma solo tre parametri, sale, zucchero e grassi saturi. Fanno un discorso nutrizionale a cento grammi e non danno un’informazione aggiuntiva al consumatore: per esempio, da dove vengono. È un sistema sbagliato, che condiziona l’acquisto e va bloccato. Il buono e cattivo dipendono spesso dalla quantità: uno mica si beve un litro d’olio! Secondo il Global Health Index, una speciale classifica pubblicata da Bloomberg, l’Italia è risultata al primo posto su 163 Paesi come aspettativa di vita. L’Inghilterra è al ventitreesimo posto. Forse è il caso che i parametri di questi semafori vadano rivisti e lo abbiamo ribadito alla Commissione. Come Parlamento Europeo, abbiamo approfittato di questo studio per coinvolgere Coldiretti e Confindustria in un gioco di squadra tra diverse organizzazioni e diversi Paesi in un convegno a Strasburgo».

Come è possibile che sei multinazionali, big del cibo mondiale, come Coca-Cola, PepsiCo, Mars, Mondelez, Unilever, Nestlé, spingano per l’etichetta a semaforo?
«Abbiamo denunciato anche questo. Le sei big hanno preso spunto dai semafori inglesi ma la propongono sul porzionato. In questo modo molti prodotti che sarebbero rossi diventerebbero verdi».

Be’, una lattina di Coca Cola contiene circa 35 grammi di zucchero, difficile che passi il semaforo…
«Sul light forse no (ma si utilizzano edulcoranti, ndr). Non credo però che ci sia un matematico collegamento a un interesse commerciale. Anche i supermercati inglesi non lo fanno con l’obiettivo di boicottare il made in Italy. Lo fanno perché sono convinti che la lotta all’obesità, al diabete, passi anche attraverso questa semplificazione nutrizionale. Il semaforo rosso non significa non comprare il prodotto: magari comprarlo meno».

Queste sei big realmente agiscono preoccupate dalla crescita di certe patologie?
«Credo che lo facciano per venire incontro a un desiderio della grande distribuzione. Con la battaglia che abbiamo aperto, condivisa da colleghi spagnoli, francesi, greci, portoghesi, abbiamo reso il terreno difficile per loro. Vorrebbero che l’Europa non li ostacolasse ro, ma dal punto di vista legislativo il semaforo è vietato».

Precisi.
«Se un qualunque Paese europeo dovesse fare una norma del genere sarebbe perseguibile. Il nostro regolamento per le informazioni al consumatore, del 2011, lo vieta. La proposta inglese dei semafori è stata bocciata. È rimasta solo sul piano volontario».

Parliamo di dazi, altro argomento «caldo»: il Ttip è morto, ma il rischio ora è passare a una fase di protezionismo.
«Per il momento è solo una preoccupazione, ma questo mette in luce la necessità, ancora più di prima, di mettersi intorno a un tavolo e discutere».

Siamo passati dal terrore del libero scambio con gli Usa alla paura del protezionismo.
«Questa è la parte divertente, e di qui si capisce quanto sia importante discutere anziché dire no a tutti i costi. Loro poi hanno anche ragione: nell’accordo del 2009 noi avevamo concesso queste 45mila tonnellate di carne senza ormoni (e a dazio zero, ndr), ma non sono riusciti a esportarle. E quella quota se la sono presa gli australiani e i brasiliani. Qualche problema c’è. L’aspetto preoccupante è che l’Europa non può stare con le mani in mano: che facciamo, un altro ping-pong tipo Russia?».

È vero che la lista di inasprimenti minacciati da Trump era in realtà già stata depositata da Obama?
«È vero che c’era un problema da tempo sull’uso di questa quota di carne senza ormoni, di cui negoziammo con gli americani nel 2009. E in tanti anni non siamo riusciti a risolvere. Con il Ttip sarebbe rientrato tra i punti da risolvere, nell’ambito del negoziato, con delle quote per Paese. Il popolo del No Ttip dovrebbe rendersi contro che sarebbe meglio mettersi intorno a un tavolo prima che scoppi un casino. Il protezionismo è sempre sbagliato».

Gli italiani che invocano il ritorno ai dazi sul riso cambogiano sbagliano, allora?
«Il problema è avere equilibrio. Quel problema è grave ed esiste ma si risolve con l’etichettatura, non bloccando le importazioni: Myanmar e Cambogia sono Paesi poveri che hanno bisogno di sostegno».

Con la Cina come la mettiamo sui dazi?
«C’è una guerra in atto con la Cina per il dumping sull’acciaio: il mondo funziona così. Per questo c’è bisogno di accordi: per regolare questi scambi. Con il Giappone siamo vicini alla conclusione, probabilmente entro l’anno. Ci sono poi primi avvii con Singapore, Australia e Nuova Zelanda».

Ci potrà mai essere un accordo di libero scambio con la Cina?
«Al momento non c’è alcuna intenzione né programma di fare accordi di libero scambio. Che in prospettiva ci possa essere, è un auspicio che condivido. Prima sarebbe il caso che si risolvesse il problema dell’economia di mercato: la Cina è sotto accusa da quel punto di vista. C’è ancora parecchia strada da fare».