Colle Adimari è una giovane azienda del Chianti, guidata da un team di trentenni, che ha sperimentato l’affinamento in anfore di terracotta del Cabernet

Dici Toscana e subito pensi ai grandi rossi che piacciono nel mondo. Bolgheri, Brunello di Montalcino. C’è però anche una Toscana giovane che vuole sperimentare. Colle Adimari, a Cerreto Guidi, sulla via Francigena, a due chilometri da Vinci, nel Chianti Docg, è una di queste. Fondata nel 2015, ha un team di trentenni guidato da Virginia e Niccolo Rossetti, fratello e sorella: in totale quattro persone, tra cui anche un ex compagno di scuola. Il nome richiama una delle grandi famiglie del Rinascimento che si era insediata nella frazione dove ha sede l’azienda. Il paesaggio è quello tipico toscano: vigneti, oliveti, cipressi, fiori di campo e girasoli.

Con l’Università di Firenze sta sviluppando un progetto per produrre Canaiolo in purezza

Colle Adimari produce Lanfora, una chicca: un Cabernet Sauvignon in purezza che matura in terracotta. Una rarità visto che si è abituati a degustarlo affinato in barrique, con le note vanigliate del legno che vanno a coprire le reali sfumature olfattive. «In Toscana è l’unico Cabernet in purezza in anfora, in base a una piccola ricerca che abbiamo svolto – spiega Virginia, 31 anni – altri non ne abbiamo ancora trovati, in genere vengono tagliati. Utilizziamo anfore di terracotta di circa 300 litri non vetrificate: il vino è a contatto con il materiale e l’affinamento è stato tarato su nove mesi».

Tutto nasce per la vicina presenza della Fornace di Montecchio, azienda storica che produce anfore in terracotta. «Abbiamo seguito le loro lezioni sull’affinamento – racconta – E abbiamo fatto una prova sul Cabernet, che come vitigno internazionale non sapevamo bene come usarlo: in purezza non è facile da lavorare, escono sempre le note erbacee del vitigno. In genere nella zona di Bolgheri si usa l’affinamento in legno. Con l’enologo abbiamo verificato come reagisce alla micro-ossigenazione dell’anfora, facendo un test comparato con l’acciaio».

Abbiamo avuto modo di degustare Lanfora (all'ultima edizione di God Save the Wine) e il risultato è sorprendente. Le note di pepe e peperone verde, eucalipto e menta piperita sono bene amalgamate in un’armonia di insieme dai tratti setosi, piacevolissimi, senza spigolature e ruvidezze. «L’anfora ammorbidisce e rende il vino elegante al palato. Si sentono le tipiche note balsamiche, ma restano bilanciate in una certa complessità. L’acciaio lo lascia più grezzo, più chiuso e meno morbido. Noi lo vendiamo soprattutto in Danimarca, Belgio, Canada, Quebec. E stiamo cominciando a commercializzarlo anche in California».

La giovane azienda, 15 ettari di vigneti e 50mila bottiglie, è focalizzata infatti sull’export, principalmente Europa: Belgio, Olanda, Inghilterra e Danimarca. Poi anche Usa e Canada. «Siamo alla terza generazione – ricorda Virginia – già mio padre e mio nonno lavoravano nel vino e avevano vigneti di famiglia. Ma l’azienda l’abbiamo fondata io e mio fratello Niccolò (25). Lui segue la parte produttiva, amministrativa ed enologica, anche se ci si affida a un enologo esterno. Io più quella commerciale. Dopo l’università, avevo fatto anche delle esperienze all’estero, ma ho deciso di tornare e ci siamo lanciati in questa avventura».

Molto sentito è il fattore naturale: l’azienda è in conversione bio e utilizza lieviti indigeni. Oltre al Cabernet in anfora, l’altro vino simbolo è il Sangiovese in purezza, Due su Due, il primo vino prodotto. «Dal prossimo anno questo Sangiovese lo faremo senza solfiti. Fa solo acciaio, è bilanciato e fine, molto fresco e profumato, con note floreali e di frutta fresca. Abbiamo selezionato una parte del nostro vigneto: terreno ed esposizione danno questo mix di profumi diversi. Non sempre ha questa caratteristica a causa dell’astringenza e dei tannini che qui sono invece morbidi».

La ricerca della piacevolezza e semplicità nella beva è uno dei caratteri distintivi dell’azienda che punta a produrre vini «facili da capire e abbinare». Produce anche un Merlot e un Chianti Docg «Governo all’uso toscano», un sistema tradizionale, utilizzato dai contadini di zona che dopo una prima fermentazione aggiungevano una parte di uve in sovramaturazione per dare più corpo. «Abbiamo ripreso questo metodo. A settembre facciamo la vendemmia standard del Sangiovese, poi a metà ottobre una seconda tardiva di una piccola parte di uve Cabernet, 10 per cento. Vengono lasciate appassire in vigna e aggiunte alla base Sangiovese dentro una botte toscana da 30 ettolitri per circa 4 mesi».

C’è poi l’idea di allargare ai bianchi e puntare su vitigni autoctoni di nicchia. «Abbiamo in progetto – rivela – di piantare un ettaro di uva bianca, Ansonica e Malvasia: quindi fare un passito e un altro bianco. E coltivare un altro ettaro per un progetto in corso con l’Università di Firenze: piantare il Canaiolo». Nel Chianti è in atto una rinascita di questo vitigno che era usato come taglio del Sangiovese ed era quasi scomparso. Dà colore e profumi intensi di frutta rossa. «Anche all’estero chiedono vitigni autoctoni di nicchia, esclusivi – fa sapere – L’anfora è stata un esperimento che vogliamo continuare: vediamo se sarà possibile utilizzarla anche con il Canaiolo».

L’azienda è giovane e si rivolge quasi naturalmente a un cliente giovane, europeo. «Nel Nord Europa hanno una certa attenzione a prodotti di nicchia e particolari. Lavoriamo con enoteche, wine bar. Speriamo tra un po’ di arrivare in ristoranti importanti. Siamo in una zona che non è conosciuta come Bolgheri o Montalcino e dunque cerchiamo di valorizzare il nostro territorio provando nuovi metodi, con un’ottica più moderna. Anche la nostra etichetta lo è: c’è un fiore stilizzato e riprende l’idea delle note floreali dei nostri vini. Ce l’ha disegnata – sottolinea – una ragazza che ci cura la grafica. Siamo stati al Vinitaly, al ProWein, saremo a ottobre in Danimarca e Olanda per eventi. Poi la nostra prima fiera in Cina, a Pechino e Shangai». Giovani che crescono.