Intervista a Emanuele Angelinetta, 37 anni, che con la moglie Eleonora, a Domaso, gestisce una giovane cantina, produce cinque vini di nicchia tra cui il Verdese in purezza

Emanuele e la moglie Eleonora sono due giovani che hanno deciso di rilanciare i vini del Lago di Como, un tempo terrazzata come la Valtellina. A Domaso, Cantine Angelinetta  è una realtà molto apprezzata da chef anche stellati. Produce vini di nicchia, di grande finezza ed eleganza, con un ottimo rapporto qualità prezzo. Etichette che hanno bisogno di un racconto. Come La Moglie del Re, l’unico vino del territorio prodotto con Verdese in purezza, un vitigno autoctono. Una vera regina del Lago: «ricorda la sua acqua» dice Emanuele.

Dovevi fare l’ingegnere, hai scelto invece di fare il produttore di vino: spiegami la scelta.
«Sono originario di Domaso, ho 37 anni. Qui nella zona un tempo tutti producevano vino per un consumo familiare. E anche la mia famiglia faceva così. Nel dopoguerra con l’arrivo della Falck, il lavoro in Svizzera, c’è stato l’abbandono. La mia famiglia invece ha mantenuto un piccolo vigneto, il Mot, da cui nasce oggi un rosso che produco, Cà del Mot. All’università ho studiato Ingegneria edile e Architettura: nel frattempo mi sono appassionato di vino, ho anche fatto tutti i corsi di sommelier. Ho cominciato così a gestire la cantina e le vigne. Avevo una cantina interrata e l’Asl non mi dava l’autorizzazione. Ho chiesto allora di poter affittare quella del professor Gianfranco Miglio, pioniere dell’enologia professionale lariana, e del figlio Leo, che era seminutilizzata. Mi hanno risposto: “Sì, ma ti prendi anche i vigneti”. Quello è stato l’input. Ho deciso di produrre vino e non fare l’ingegnere. I miei genitori non erano molti contenti.

Oggi su quanti ettari si estende la superficie vitata?
«Tre ettari e mezzo circa, produciamo 20mila bottiglie, ma l’intento è arrivare almeno al doppio. Mi aiuta Eleonora, mia moglie, 35 anni, che è di Como. Gestisce lei lo spazio degustazione che abbiamo aperto all’interno dell’azienda».

Com’è la realtà vinicola sul Lago di Como?
«Da poco è uscito un libro del professor Leo Miglio che racconta la viticoltura sul Lago di Como. La storia parte da lontano: l’hanno portata i romani, ci sono antiche testimonianze. Fino al primo dopoguerra il panorama era quello della Valtellina, con terrazzamenti tutti vitati. Tradizionalmente la produzione di vino era, però, molto frammentata e progressivamente si è perso tutto. Gianfranco Miglio, e poi il figlio, sono stati i primi a fare una viticoltura professionale. Da quando è nato il Consorzio Igt Terre Lariane sono però rinate tante realtà. Oggi siamo in diciannove».

Quando c’è stata la tua prima produzione?
«Nel 2009. Oggi produco cinque etichette: due rossi, due bianchi e un rosato».

Che caratteristiche hanno i tuoi vini?
«I vini che si producono sul Lago sono molto influenzati dal terroir. I terreni sono sabbiosi, hanno il 75 per cento di sabbia, acidi, con esposizione a sud, piogge frequenti. Domaso è a un incrocio di vallate, i temporali arrivano spesso, ma sono compensati dalla Breva, un vento termico che sale dal Lago ogni giorno: asciuga gli acquazzoni e mantiene una buona sanità delle uve».

Come li descriveresti dal punto di vista aromatico?
«Non sono molto concentrati, ma hanno un buon bouquet, bei profumi; puntano tutto sulla finezza, eleganza, con una bella acidità e una buona bevibilità».

Proviamo a raccontarli.
«Cà del Mot è un 60 per cento Marzemino e 40 per cento Merlot. È il nostro rosso più fresco con sentori di frutta matura. Pietrerose, solo Merlot, ha un po’ più di struttura: ha una maggiore permanenza sulle bucce e facciamo appassire il cinquanta per cento delle sue uve per un mese in cassettina. Fa poi anche un anno di affinamento in bottiglia. Al naso vira di più sulla confettura, con note speziate dovute alla barrique, che influenza di più, senza però che il legno vada a coprire».

Passiamo ai bianchi.
«Le Calderine è un blend di Sauvignon, Riesling Renano e Verdese. Prevale al naso il Sauvignon, la sua acidità, come quella del Riesling Renano. La Moglie del Re è solo Verdese, l’unico vitigno autoctono che abbiamo nel territorio. C’è solo sul Lago e solo noi lo vinifichiamo in purezza. È molto particolare. Siccome non c’era alcuna bibliografia su come vinificarlo, abbiamo dovuto andare per tentativi».

Com’è questo vitigno?
«Nelle uve ha dei tannini e acidità molto basse e non ha profumi primari ma è sapido. Con i metodi standard non riuscivamo a valorizzarlo. Poi abbiamo trovato un modo sperimentale in “iperossidazione” che lo esalta. Per noi del posto è l’uva regina e allora abbiamo chiamato il vino La Moglie del Re. Si abbina ai pesci di lago delicati, lavarello, bottatrice».

Il rosato?
«Roselario lo facciamo con Schiava e Marzemino, 50 e 50 per cento».

Come lavorate in cantina?
«Sui bianchi e rosati solo acciaio. Sui rossi facciamo acciaio in fermentazione e un anno di legno. Su Cà del Mot barrique di terzo passaggio e oltre, su Pietrerose barrique un terzo nuove, un terzo di seconda e un terzo di terzo passaggio. Abbiamo una tonnellerie che ci fa barrique ad hoc».

Le etichette sono molto particolari.
«Sono schizzetti preparatori di un artista di Dongo, Felice Beltramelli».

Bio e solfiti: come la pensi?
«Non ha senso fare bio in territori come i nostri dove ci sono temporali tutti giorni d’estate: è una viticoltura eroica. Facciamo lotta integrata. Sui solfiti tendiamo a mantenere i livelli più bassi possibili. La Moglie del Re è intorno ai 40 mg/l. Per fare vini di qualità un po’ servono. A me piacerebbe scrivere la quantità in etichetta, ma la legge lo vieta».

Dove si possono degustare i vostri vini?
«Sul Lago di Como e sul territorio. Non vanno all’estero ma è l’estero che viene da noi. Perché per la maggior parte si trovano in ristoranti, anche stellati come il Materia di Davide Caranchini, il Cantuccio di Albavilla, il Dac a Trà».

Come definiresti i tuoi vini?
«I rossi sono piuttosto “femminili”: non cerchiamo le grosse strutture, il legno. Le Calderine ricorda più le spigolature della montagna, i terrazzamenti: è più pungente, acido e immediato. Il Verdese è il vino del Lago, con i suoi pregi e i suoi difetti. Ricorda la sua acqua: è tenue, delicato. Ci piace che ci sia un legame con il territorio, non seguiamo le mode. Ho in mente di fare delle bollicine. Il nostro enologo è della Franciacorta, dunque preparato sul tema».

Pensi che il vostro esempio sarà ripresa da altri giovani sul territorio?
«Ci spero. Recuperare i terreni è difficile e costoso, bisogna avere un po’ le spalle coperte. I prezzi sono poi “drogati” dal turismo, anche se poi è questo che ci permette di vendere».