Intervista ad Allegra Antinori, vicepresidente della Marchesi Antinori, realtà toscana che produce vino da 600 anni e 26 generazioni

Francesco Petrarca era morto solo da un decennio, quando Giovanni di Piero Antinori entrò a far parte dell’Arte fiorentina dei vinattieri. La famiglia Antinori rappresenta la storia del vino italiano. Dal 1385, da 26 generazioni, si dedica alla produzione vinicola. Tradizione e innovazione. Come i Supetuscans, con i famosi Tignanello e Solaia che hanno segnato una rivoluzione. Oggi Marchesi Antinori è un’azienda che riunisce 16 tenute, ognuna con la sua propria identità. Abbiamo approcciato questa gloriosa storia, chiacchierando con Allegra Antinori, classe ’71, vicepresidente dell’azienda, nonché figlia del marchese Piero, attuale presidente onorario. L’abbiamo incontrata, da Procacci, a Milano, «goloso» locale di proprietà (un must i panini al tartufo). Era in partenza per Londra e di ritorno da una serie di viaggi, spesi tra Dubai, Marrakech, Svezia e Francia.

Antinori è un nome pesante nel vino ma non solo.
«In famiglia abbiamo avuto podestà, banchieri, commercianti. Uno dei miei antenati, Antonio Antinori, ha contribuito a delimitare le zone del Chianti Classico nel 1716. Mario Incisa, che ha sposato la sorella di mia nonna, ha avuto il cavallo Ribot. C’è tanto sangue americano nella nostra famiglia e questo si è tradotto nell’essere innovatori. Il padre di mio nonno aveva sposato un’americana ed era andato a vivere là».

Raccontiamo come è nata la rivoluzione dei Supetuscans.
«È stata la lungimiranza di mio padre, che ha voluto fare vini diversi. Il Tignanello è stato un vino rivoluzionario, era il 1971. Qualche anno prima era uscito il Sassicaia: l’azienda Tenuta San Guido è oggi del cugino di mio padre (il marchese Nicolò Incisa della Rocchetta). Il Tignanello è nato nel Chianti Classico. Dal vigneto accanto nel 1978 è nato Solaia. Entrambi vengono prodotti solo nelle migliori annate».

Che cosa hanno rappresentato storicamente Tignanello e Solaia?
«Erano i primi vini a essere fatti in modo diverso. Nessuno, per esempio, aveva impiantato il Cabernet nel Chianti Classico. Siamo stati i primi a mettere il Sangiovese in barrique. Abbiamo prodotto il vino che veniva da un solo vigneto. Abbiamo fatto la selezione clonale: un sacco di innovazioni. Mio padre è stato un visionario».

Per Wine Spectator Tignanello è tra i primi 100 vini al mondo. I Supertuscans rappresentano la rivoluzione ma hanno ancora grande appeal.
«Il nome è stato dato dagli americani: venivano dalle zone classiche ma non erano fatti rispettando i disciplinari. Hanno per la prima volta rappresentato il potenziale dei vini della Toscana. Per il Chianti Classico adesso è stato cambiato il disciplinare e si può farlo fino a un 20 per cento di uva che non è Sangiovese. Il Tignanello potrebbe divenire anche Chianti Classico, ma nel rispetto dell’idea iniziale con cui è nato rimane un Igt. Non vogliamo cambiare denominazione».

Negli Usa com’è visto oggi il Tignanello?
«Se triplicassimo la produzione, lo venderemmo. Per loro è un’icona, comprano la storia, Il vino è un prodotto di fascino. Nessun bicchiere di gin ha lo stesso appeal. Il vino va fatto capire e raccontato».

Come è proseguita la rivoluzione?
«Nel 1985, al Castello della Sala, abbiamo prodotto il Cervaro: è stata l’innovazione nei bianchi, come il Tignanello nei rossi, concepito per esprimersi e affinare nel tempo. Poi abbiamo cominciato ad acquistare nuovi vigneti per garantire la qualità. così sono arrivati Pèppoli e Badia a Passignano nel Chianti Classico, Le Mortelle in Maremma e fuori dalla Toscana anche in Piemonte, Puglia e Franciacorta. Negli anni ’90 abbiamo guardato all’America, Ungheria e Cile. All’estero oggi abbiamo 7 tenute. Ognuna è gestita in modo autonomo».

Cosa è diventato oggi Antinori?
«Marchesi Antinori è l’unione di diverse realtà, 16 tenute in Italia di cui la maggior parte si trovano in Toscana e Umbria, il cuore storico dell’azienda. Negli ultimi anni abbiamo investito, sempre in Toscana, in aree meno conosciute ma non per questo meno interessanti per la produzione di vini di qualità, come ad esempio Le Mortelle e Fattoria Aldobrandesca in Maremma. I nostri investimenti continuano anche nel Chianti Classico, area vinicola a cui siamo particolarmente legati».

Diamo qualche numero sull’export.
«Vendiamo il 64 per cento all’estero. L’export si divide principalmente in 10 mercati tra cui Usa, Germania, Austria, Svizzera e Canada i principali, poi Giappone, Hong Kong. Cina piano piano: è un mercato difficile».

Avete valorizzato l’enoturismo.
«La sede è nel Chianti Classico, a Bargino, nel comune di San Casciano in Val di Pesa (FI). Abbiamo una cantina molto innovativa e 160 persone che ci lavorano tra cui la sottoscritta. E 45mila visitatori all’anno. Rientriamo nel circuito delle migliori cantine di design toscane. L’altra azienda, aperta al pubblico, è Le Mortelle a Castiglione della Pescaia, anch’essa nel circuito di Toscana Wine Architecture».

Vitigni internazionali e autoctoni: come bilanciate le due linee?
«Facciamo molta ricerca sugli autoctoni. In Puglia, per esempio, ne esistono 200. Negroamaro, Aglianico, Primitivo, Bombino, Nero di Troia. Noi cerchiamo di fare vini con una spiccata identità».

Il bio come impatta?
«Alcune aziende lo sono, altre no. Cerchiamo di rispettare sempre l’ambiente, abbiamo un’agricoltura responsabile, facciamo confusione sessuale nei vigneti. Abbiamo bio-architetture, cerchiamo l’eco-friendly. Facciamo cose super innovative. Produciamo vini solo con le nostre uve per garantire la qualità».

Sulla solforosa?
«Siamo attentissimi. Abbiamo macchine per imbottigliare talmente moderne che ci permette di stare al minimo. Noi della qualità abbiamo fatto la filosofia. È come Hermès, che ha il cuoio migliore e lo senti dal profumo».

E l’agricoltura 4.0?
«Come supporto alla raccolta a mano abbiamo delle nuove vendemmiatrici, eccezionali. Sono più veloci, delicatissime: colgono l’uva al momento perfetto. Oggi il problema sono le malattie della vite, il global warming. Dunque devi avere dei cloni che resistono meglio al caldo. E devi pensare di piantare più in altezza. Siamo molto innovativi sulla parte enologica, grazie al nostro enologo Renzo Cotarella. Facciamo il pompaggio per gravità. Lavoriamo nel modo più naturale possibile. Per ottenere la qualità, non possiamo sbagliare nulla».

Dove state puntando negli investimenti?
«Stiamo investendo molto sulla ristorazione, il retail. Oggi abbiamo Procacci a Firenze, Milano, Vienna; la storica cantinetta Antinori, a Firenze, a Zurigo, Vienna, Mosca, Monte Carlo; Rinuccio 1180, il ristorante sul tetto della cantina Antinori nel Chianti Classico, l’Osteria di Passignano, una stella Michelin. Di progetti ne abbiamo tanti».

Cosa vi manca?
«Non sei mai perfetto. Devi sempre fare meglio e mai pensare di esser arrivato. Mio padre ci ha insegnato l’etica del lavoro. Io potrei stare su una bella isola, ma non lo farò mai. Voglio dare qualcosa alla mia azienda. Abbiamo 488 dipendenti. Devo essere da modello anche per loro».

Non temete la concorrenza dei vini sudamericani, australiani, cileni?
«Ma no. Abbiamo tanta cultura dietro, tanta storia da raccontare: ben vengano gli altri. Io bevo tantissimi vini di tutti, mi diverto, li compro per passione. Adoro i Pinot Nero della Nuova Zelanda, quelli americani. Abbiamo anche un’azienda nella Napa Valley, Antica: mio padre va lì due volte all’anno. Hai i suoi colibrì, scrive libri».

Molti dei vostri vini sono largamente accessibili, pur di grande qualità.
«Non facciamo mai vini troppo cari, non speculiamo sull’annata. Solaia ’15 quest’anno ha preso 100 punti su James Suckling e Roberts Parker's Wine Advocate. I vini troppo morbidi non ci piacciono, amiamo quelli più eleganti. Servono un po’ di carattere e di freschezza. Abbiamo uno stile nostro».

Raccontaci i vini che abbiamo degustato da Procacci Milano.
«Il Conte della Vipera del Castello della Sala, un Sauvignon Blanc con un po’ di Sémillon, azienda storica vicino ad Orvieto. Uno dei vini innovativi, iconici, come il Cervaro (Chardonnay e Grechetto)e il Muffato. È un vino piacevole, profumato, fresco. Anche da pasto».

Passiamo al secondo vino, Botrosecco delle Mortelle, un luogo speciale in Maremma.
«Un blend, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, un anno in barrique. Grande eleganza».

Infine un Malbec (stupendo), un Syrah e un Chianti Classico.
«Il primo, un 2015, è un vino che viene da Sovana, zona etrusca, si chiama Vie Cave. È Malbec in purezza. Un vino molto raffinato. Si sentono note di pepe. A me piace molto il pepato, tipico del Malbec. Quindi il Bramasole de La Braccesca, Syrah da Cortona, zona vocata. Alta qualità. Il Chianti Classico 2015 Villa Antinori vinificato nella cantina Antinori nel Chianti Classico è Sangiovese con aggiunta di altre varietà complementari. Uno dei vini che servo tantissimo quando invito le persone a casa. Molto toscano».