Un progetto dell’Università di Bologna valuta la sostenibilità economica, ambientale e sociale della agricoltura urbana, in particolare gli orti urbani

L’agricoltura va sui tetti. Orti urbani e orti comunitari si moltiplicano nelle città e nelle metropoli alla ricerca di nuovi spazi agricoli. C’è un ritorno economico, ambientale e sociale dal sistema agroalimentare urbano, ma per calcolarlo serve una ricerca ad hoc. È l’obiettivo che si è posto il Centro Studi e Ricerche in Agricoltura Urbana e Biodiversità dell’Università Alma Mater di Bologna, che ha dato il via allo studio SustUrbanFoods. Il progetto, finanziato nell’ambito delle Azioni Marie Sklodowska-Curie del Programma per la Ricerca e l’Innovazione dell’Unione Europea Horizon 2020, mira a creare una metodologia per valutare la sostenibilità delle economie verdi delle città legate all’agricoltura urbana.

Ogni spazio è buono per creare un orto urbano, dai tetti alle aree abbandonate

Dodici i casi di studio che coinvolgono diverse città europee, Bologna, Barcellona, Parigi, Berlino, Dortmund. Il responsabile amministrativo del progetto è il professor Giorgio Gianquinto. La ricercatrice che lo porta avanti si chiama Esther Sanyé-Mengual: catalana, 29 anni, laureata in Scienze Ambientali (studi e dottorato a Barcellona) è a Bologna dove lavora al programma come post dottorato.

«Per l’agricoltura urbana – spiega Esther Sanyé-Mengual – non è un inizio: ma una riscoperta. Già negli anni dopo le guerre, con la crisi alimentare, si erano utilizzati tutti gli spazi disponibili per produrre cibo, inclusi quelli urbani. Sta tornando in auge in molte città, a cominciare da New York, che è la più all’avanguardia, dove ci sono già normative, corsi nelle università, agevolazioni economiche per gli imprenditori che fanno agricoltura urbana. Ma anche a Seul, in Australia, Europa. In Italia Bologna e Milano, con la firma del Milan Urban Food Policy Pact del 2015, sono le più avanti».

I casi studiati a Bologna sono sei: quattro riguardano aziende e altri due sono studi sperimentali di laboratorio fatti dall’Università, per esempio su sistemi di produzione agricola sviluppati all’interno di edifici (indoor-farming con il Led).

In via Gandusio lo studio riguarda un orto comunitario di 250 metri quadri, sul tetto di un palazzo, coltivato dagli inquilini e dal vicinato. Un edificio di edilizia popolare dove convivono gli immigrati italiani degli anni ’60 e quelli stranieri attuali, che arrivano dall’Africa e da altri territori. Producono meloni, pomodori, cetrioli, melanzane, zucchine, uva, peperoni, peperoncino. «Hanno portato anche semi da Napoli per produrre un pomodoro tipico della Campania» sottolinea Esther Sanyé-Mengual.

Lo spazio Battirame, in zona Roveri, fuori dalle mura, è invece un’ex area industriale abbandonata. Lì è stato recuperato un edificio agricolo trasformando il terreno in orto biodinamico. La cooperativa vende i prodotti e lo spazio è usato anche come workshop e meeting. «C’è un ciclo con seminari che si svolgono a ogni luna piena dedicato a un prodotto con annessa degustazione. Il prossimo riguarda la castagna» fa sapere Esther Sanyé-Mengual.

Arvaia è un’altra cooperativa, che si trova in una zona periurbana. Lavora molto con il volontariato e produce cibo bio di varie qualità, legate alla stagionalità.

Un altro caso, sempre in periferia, riguarda una serra tecnologica, la serra Pellerossa, così chiamata per il nome del pomodoro coltivato. È stata collocata vicina a un impianto che produce biogas: il calore residuale dell’impianto serve a scaldare la serra risparmiando energia. E ha anche anche un ciclo chiuso dell’acqua.

«La sfida del progetto – afferma Esther Sanyé-Mengual – è provare a valutare tutta la complessità di questi sistemi di produzione di cibo anche in città. L’agricoltura urbana ha diversi vantaggi. Dal punto di vista ambientale c’è quello della posizione: il tragitto è breve, dunque c’è risparmio energetico e minore emissione di C02. Economicamente crea attività innovativa in città e contribuisce allo sviluppo dell’attività locale. Socialmente riattiva zone dove c’è il rischio di esclusione sociale. C’è poi un aspetto importante di educazione agricola, fa conoscere il ciclo degli alimenti».

Qualche dubbio potrebbe venire considerando il tema della sicurezza alimentare, a causa dell’inquinamento delle città. Un interrogativo lecito. «I lavori che sono stati fatti per valutare la concentrazione di piombo – assicura Esther Sanyé-Mengual – hanno dimostrato che nella coltivazione urbana non c’è alcun rischio legato all’inquinamento dell’aria. Il pericolo, semmai, è legato al suolo in aree industriali. Bisogna pertanto fare sempre dei controlli accurati. Abbiamo fatto delle verifiche sui pomodori di via Gandulo e non abbiamo trovato alcun problema di contaminazione».

Il progetto si concluderà a maggio 2018, ma tra un anno si svolgerà un seminario con la comunicazione dei risultati preliminari, fa sapere Esther Sanyé-Mengual. «I casi di studio sono diversi: a Dortmund valuteremo l’acquaponica, un sistema chiuso, multifunzionale, che riutilizza l’acqua. A Parigi abbiamo altri orti sui tetti, come a Barcellona. A Berlino abbiamo aziende che fanno produzione cooperativa, educazione e workshop. Oggi ci sono solo studi sulla parte ambientale. Ma noi crediamo che le valutazioni vadano fatte insieme con l’impatto sociale ed economico».