Una ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood su agricoltura 4.0 ha messo in luce come il digitale e l’innovazione tecnologica siano le chiavi per il futuro e diminuire così i costi lungo la filiera, a vantaggio di maggiore qualità dei prodotti

Oggi si parla molto di industria 4.0. Il premier Gentiloni ha recentemente elogiato questo grande piano di investimenti (30 miliardi in due anni) che «ha funzionato» e sta aiutando la seconda manifattura d’Europa a ritornare competitiva. Meno si parla di agricoltura 4.0, che oggi in Italia è una realtà. Basti dire che nel nostro Paese ha un mercato di 100 milioni di euro, il 2,5 per cento di quello globale che vale 3,5 miliardi di euro. E si avvale di 300 nuove soluzioni tecnologche, dai sensori ai droni in campo, al packaging intelligente o attivo, utilizzate lungo la filiera (produzione, trasformazione, distribuzione e consumo). Con ben 481 start up internazionali smart agrifood nate negli ultimi sette anni, di cui ben 60 italiane, il 12 per cento.

Meno del’1 per cento della superficie coltivata nel nostro Paese è però gestita con le nuove tecnologie

I dati emergono da una ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood della School of Management del Politecnico di Milano e del Laboratorio Rise dell’Università degli Studi di Brescia, con cui c’è una sorta di joint venture, presentati al convegno «Coltiva dati. Raccogli valore. La trasformazione digitale dell’agroalimentare».

«L’innovazione digitale nell’agroalimentare può garantire competitività a uno dei settori chiave per l’economia italiana, che contribuisce per oltre l’11 per cento del Pil e per il 9 per cento sull’export – ha ricordato Filippo Renga, Condirettore dell’Osservatorio Smart AgriFood – Lo Smart AgriFood da un lato può ridurre i costi di realizzazione di prodotti di alta qualità, dall’altro far crescere i ricavi grazie a una maggiore riconoscibilità o garanzia, per esempio con sistemi di anticontraffazione o di riduzione dei prodotti non conformi esportati. Ma l’innovazione digitale consente anche di intervenire a supporto dell’intera filiera, garantendo sostenibilità a tutti gli attori del settore, inclusa la produzione in campo».

I numeri portano tutti in quella direzione. Anche perché con una popolazione di 9,7 miliardi e un incremento della domanda del 32 per cento, secondo le previsioni al 2050, c’è poco da girarci intorno. Il digitale, pertanto, può far fare il salto verso una maggiore competitività, garantendo più qualità dei prodotti, riduzione dei costi e più efficienza nella filiera. Eppure ci sono ancora dei freni. Basti dire che meno dell’1 per cento della superficie coltivata è gestita con queste soluzioni.

«Perché le tecnologie digitali dispieghino completamente il proprio potenziale però occorre che si realizzino alcune condizioni – ha avvertito Andrea Bacchetti, Condirettore dell’Osservatorio Smart AgriFood – Innanzitutto, è necessaria l’estensione della banda larga ed extra-larga anche alle zone rurali per garantire l’interconnessione della filiera. Poi, servono sensibilità, competenza e propensione all’investimento da parte delle imprese, un fatto non scontato, considerando le esigue dimensioni medie».

Va ricordato che il piano dell’industria 4.0 prevede di avere il 100 per cento delle aziende italiane connesse a 30Mbps entro il 2020 e il 50 per cento a 100Mbps. Sulla polverizzazione del nostro sistema agricolo (filiera lunga e frazionata con aziende di piccole dimensioni) basti un dato: la media è di 12 ettari (contro i 58 ettari della Francia), per 2,5 addetti. Un indubbio freno agli investimenti, anche in risorse manageriali. Che l’Italia debba puntare sulla qualità e sul digitale per competere lo dice anche questa fotografia. Mentre le poche aziende di grande dimensioni potrebbero puntare anche sulla robotica. C’è poi un numero molto importante che emerge dalla ricerca e che dovrebbe orientare le scelte: l’80 per cento dei consumatori usa lo smartphone per le decisioni di acquisto.

Le soluzioni dell’agricoltura 4.0 – Quando seminare, irrigare, quando e quanto concimare? Quando attuare interventi mirati per prevenire patologie? Come massimizzare le rese in base alle diverse performance dei terreni? L’analisi incrociata di fattori ambientali, climatici e colturali consente di compiere azioni mirate, migliorare la resa delle coltivazioni, usare meno pesticidi e incidere sulla qualità dei prodotti. Per beneficiare di queste opportunità, che consentono un risparmio di tempo e denaro, occorre passare dall’agricoltura di precisione (Gps, trattori a guida satellitare), di cui se ne parla dagli anni 90, a quella interconnessa, il cosiddetto Internet of Farming, con i suoi nuovi strumenti (droni, sensoristica, Internet of Things, Big Data). L’Osservatorio Smart AgriFood ha censito 220 soluzioni offerte in Italia da più di 70 aziende: l’89 per cento supporta l’agricoltura di precisione mentre solo l’11 per cento ha abilitato l’Internet of Farming. In particolare, la grande maggioranza sfrutta dati e analytics (73 per cento), il 41 per cento l’Internet of Things e il 57 per cento sistemi software di elaborazione e interfaccia utente.

Migliaia di dati, ma bisogna saperli leggere – Coltivare dati per raccogliere valori. La gestione del dato è l’elemento chiave dell’agricoltura 4.0. Ma deve tradursi in informazione e quindi in valore aggiunto. Uno dei problemi è la capacità di leggerli, armonizzarli e standardizzarli, in quanto arrivano da diverse fonti. Ecco perché, avvertono i ricercatori dell’Osservatorio, occorre investire sulla formazione, oltre che sul superamento degli ostacoli all’innovazione. «I soli trattori in Italia generano oltre 1 milione di gigabyte in un anno, cui si aggiungono i dati ambientali, di magazzino, degli allevamenti e quelli più generali di carattere aziendale, ma oggi queste informazioni sono scarsamente valorizzate» ha ricordato Filippo Renga».

Più qualità – Oggi la percezione di qualità in un prodotto è mutato: non basta il gusto. La forma, complessa, è quella di un eptagono, ha immaginato l’Osservatorio, dove a ogni lato ci sono i fattori che la influenzano. Come la sicurezza alimentare, nutrizione, provenienza delle materia prima, impatti ambientali e sociali dei processi produttivi (per esempio il welfare animale), apparenza, gusto e aroma, servizio. In base a un’analisi condotta dall’Osservatorio su 57 case study l’innovazione digitale consente oggi alle aziende agroalimentari italiane di migliorare la qualità su tutte le dimensioni dell’eptagono. Il 51 per cento delle aziende ha utilizzato, infatti, le tecnologie digitali per valorizzare la qualità di origine, in particolare nel caso dei prodotti ad alto valore aggiunto (per esempio vino, cacao, caffè); il 46 per cento si è servito del digitale per migliorare la sicurezza alimentare; il 25 per cento si è concentrato sui metodi di produzione, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti legati all’impatto ambientale, al benessere degli animali e alle tradizioni agroalimentari dei diversi territori; nel 12 per cento dei casi, infine, le aziende hanno impiegato la tecnologia per migliorare la qualità del servizio, adottando soluzioni innovative per comunicare ai consumatori informazioni di prodotto (consigli nutrizionali) e di processo (origine, tracciabilità e impatto ambientale).

Più tracciabilità – C’è voluto un disastro come la «mucca pazza» per accelerare sul piano della tracciabilità. Oggi il 36 per cento delle aziende agroalimentari analizzate dall'Osservatorio, grazie a soluzioni digitali, ha riscontrato una riduzione dei tempi e dei costi legati ai processi di raccolta, gestione e trasmissione dei dati. Il digitale permette, per esempio, interventi mirati di sicurezza alimentare lungo la catena evitando danni economici. Ma anche contro la contraffazione, a tutela del sistema delle Dop/Igp, per maggiore informazioni al consumatore. I settori più interessati dall’innovazione tecnologica per la tracciabilità sono quello ortofrutticolo (30 per cento), la filiera delle carni (23 per cento), i prodotti lattiero-caseari (14 per cento) e caffè-cacao (12 per cento). Tra gli strumenti più utilizzati per migliorare la tracciabilità ci sono i barcode (39 per cento), gli RFId (Radio-Frequency Identification, 32 per cento) sistemi gestionali (32 per cento), i Big Data (30 per cento), la tecnologie mobile (21 per cento), mentre tecnologie innovative come l’IoT e la blockchain sono ancora poco esplorate.

Start up – Sono 481 le startup internazionali Smart AgriFood individuate dall’Osservatorio, nate dal 2011 ad oggi, di cui il 12 per cento italiane. Ben 218 sono orientate sull’e-commerce. L’area con la maggior presenza è costituita dagli Stati Uniti. Tra i settori più rilevanti spicca l’ortofrutticolo, con il 17 per cento delle start up internazionali. L’agricoltura di precisione e la qualità alimentare sono gli ambiti applicativi più esplorati e più interessanti per gli investitori. Anche in Italia il settore più importante è l’ortofrutticolo (14 per cento delle start up italiane), seguito dal vitivinicolo (9 per cento) e dal cerealicolo (7 per cento). Qualità e sostenibilità ambientale sono l’ambito in cui sono più attive, con il 50 per cento dei finanziamenti raccolti, seguito da agricoltura di precisione (35 per cento) e qualità alimentare (29 per cento).