Intervista a Laura Gasco, ricercatrice dell’Università di Torino, sul nuovo regolamento Ue che consente l’utilizzo di farine di insetti in acquacoltura

Chiedete a un pesce se preferisce un pranzetto a base di soia (uno dei costituenti dei mangimi industriali) o insetti: la risposta, che non potrà darvi, è la seconda. Perché quello è il suo cibo naturale. Dal primo luglio, in base a un regolamento Ue approvato a maggio, si potranno coltivare insetti per acquacoltura. Una rivoluzione e un business che si apre, con start up che già lavorano in questo ambito. E un primo step verso lo sdoganamento degli insetti, in programma nel 2018, che trova d’accordo gran parte degli italiani.

Vantaggi dell’utilizzo di insetti nei mangimi: sostenibilità ambientale, un cibo più fisiologico per i pesci e affrancamento dalla dipendenza della soia

Il cambiamento risponde ai principi della sostenibilità ambientale. Gli insetti richiedono, infatti, meno suolo, acqua, energia, con inferiori emissioni di Co2. Dall’altro lato la svolta si tradurrà in prodotti ittici che «probabilmente avranno anche un profilo nutrizionale diverso», come ricorda Laura Gasco, professore associato presso il dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, che svolge lavori di ricerca in acquacoltura utilizzando anche farine di insetti.

Dottoressa Gasco, che cosa dice il nuovo regolamento Ue?
«La normativa europea (893/2017), che è del 24 maggio, tra le altre cose ha autorizzato l’utilizzo delle farine di alcune specie di insetti per l’acquacoltura. Le specie autorizzate sono sostanzialmente mosche, grilli e coleotteri. In particolare: due specie di mosche, mosca soldato nera (Hermetia illucens) e mosca comune (Musca domestica); due coleotteri, tenebrione mugnaio (Tenebrio molitor) e alfitobio (Alphitobius diaperinus); tre specie di grillo, grillo domestico (Acheta domesticus), Gryllodes sigillatus e grillo silente (Gryllus assimilis). Naturalmente, delle mosche e dei coleotteri lo stadio che si utilizza per produrre Pat (proteine animali trasformate) da insetto è lo stadio di larva o prepupa. In queste specie, l'adulto viene allevato ai soli fini della riproduzione. Nei grilli, non avendo essi una forma larvale, si adopera l'animale adulto. Il regolamento dice, inoltre, che questi insetti non dovranno mangiare alcuna tipologia di prodotto di origine animale. Gli insetti, come le mosche, per esempio, potranno facilmente essere allevati su scarti organici di origine vegetale, come quelli di lavorazione agroindustriale di frutta e verdura. Un secondo vantaggio è che degradano questo substrato destinato a finire in discarica per produrre compost».

Qual è il mangime che oggi si utilizza per l’acquacoltura?
«Un po’ di farina di pesce, soia e altre materie prime di origine vegetale e animale, come il pollo. Insieme soddisfano i bisogni di accrescimento dei nostri pesci, che sono differenti in base alla specie ittica. Certamente le specie carnivore, che sono di interesse commerciale, mangiano insetti in natura. Fisiologicamente per un pesce è più naturale mangiare insetti rispetto alla soia».

Il pesce nutrito a insetti potrebbe avere un profilo nutrizionale diverso?
«Sì, potrebbe avere qualità organolettiche diverse. Le prove fatte finora hanno dimostrato che il consumatore non percepisce, però, differenze gustative in un prodotto allevato con farine di insetti. Queste, comunque, entreranno nella composizione del mangime: non si utilizzeranno in modo esclusivo».

Qual è il vantaggio nell’utilizzare insetti?
«Il principale è di sostenibilità ambientale. Gli insetti richiedono meno terreno, rispetto per esempio a quanto ne consuma la soia (per i pesci si utilizza un sottoprodotto della lavorazione dell’olio). Dal punto di vista europeo noi siamo fortemente dipendenti dalle proteine di importazione e gli insetti potrebbero costituire una delle alternative».

L’acquacoltura è in crescita?
«Assolutamente, a livello mondiale (in Europa copre il 20 per cento della produzione e il giro di affari è di 4 miliardi di euro, 400 milioni per l’Italia, ndr). Le specie più utilizzate sono le carpe. Quelle che hanno maggiore interesse commerciale sono salmoni, pesci marini come spigola e orata. Questi hanno bisogno di maggiore apporto proteico e per loro le farine di insetti avranno maggiore interesse».

Diversi chef stellati utilizzano pesci d’acquacoltura. Qual è il loro livello qualitativo?
«Ottimo. Gli allevamenti in Italia seguono parametri molto più restrittivi (temperatura, ossigeno, densità, cataboliti sciolti, per esempio) rispetto ai regolamenti europei. Subiscono molti controlli».

Negli allevamenti animali c’è molta attenzione all’antibiotico resistenza: è così anche per l’acquacoltura?
«Anche i pesci, come qualunque altro animale di allevamento, si ammalano. Si sta cercando, pertanto, di diminuire l’uso di antibiotici, a vantaggio di prodotti sempre più naturali, con effetto antimicrobico, come probiotici, prebiotici e oli essenziali».

Oggi il mercato chiede gli omega-3. Come fanno i pesci di acquacoltura ad averli?
«Vengono integrati nei mangimi. Ma i pesci hanno anche la capacità di convertire dei grassi che si trovano in alcuni vegetali (l’acido alfa-linolenico, l’omega-3 presente, per esempio, nelle noci e semi di lino, ndr) in Epa e Dha (gli omega-3 dei pesci, ndr). Quelli di acqua dolce in modo ancora più efficiente».

Da un punto di vista gustativo ci sono grosse differenze tra il pesce pescato e quello d’acquacoltura?
«Quello d’acquacoltura gode di un apporto energetico superiore, quindi tende a essere più grasso. Il gusto è diverso. Ma anche tra due trote pescate in posti diversi il gusto cambia. Molto dipende da quello che hanno mangiato nell’ambiente in cui hanno vissuto. C’è il mito del wild. Ma se volessimo mangiare solo pesce selvaggio, dovremmo mangiarlo ogni tre mesi!».