Sull’accordo pareri contrastanti: i sostenitori prevedono aumenti nelle esportazioni, ma per altri si poteva fare di più per tutelare le nostre eccellenze

Tempi duri per trovare accordi di libero scambio con gli Usa, dopo l’avvento di Trump. Ma se da una parte soffiano i venti antichi del protezionismo e il Ttip è dato per morto, dall’altra un accordo arriva in porto. Il Parlamento europeo ha votato a favore del Trattato di libero scambio (Ceta) tra l'Ue e il Canada, firmato lo scorso ottobre, che conclude il processo di ratifica dell'accordo a livello europeo. Da aprile è prevista l’entrata in vigore provvisoria, in attesa della ratificazione anche da parte del Canada e della approvazione da parte dei parlamenti di tutti gli Stati membri.

Coldiretti: «Il Parmesan rimane». De Castro: «Passo avanti contro l’italian sounding». Bersani (No Ttip): «Benzina per il trumpismo». Petrini: «Si rischia una guerra dei prezzi verso il basso»

Gli effetti dell’accordo sono controversi. Da una parte i presunti positivi. Il volume degli scambi di merci tra Ue e Canada (tra import ed export) ha raggiunto nel 2015 i 63 miliardi di euro l'anno (circa 7 miliardi l’interscambio Italia-Canada). Con il Ceta, stimano i suoi fautori, ci sarà un aumento del volume intorno al 20 per cento l'anno. Per fare un esempio, successivamente all'entrata in vigore dell'accordo di libero scambio Ue-Repubblica di Corea nel 2011, le esportazioni di alcuni prodotti agricoli sono cresciute del 70 per cento.

Il Trattato, secondo le stime della Commissione, consentirà alle aziende europee di risparmiare oltre 500 milioni di euro l'anno, attualmente pagati per dazi doganali su merci esportate in Canada. Ci sarà meno burocrazia, un vantaggio soprattutto per le Pmi, grazie al taglio delle lunghe procedure doganali e delle costose spese legali.

Per quanto riguarda il settore agricolo l’accordo di libero scambio prevede, in particolare, che entro sette anni dalla sua entrata in vigore venga eliminata la quasi totalità dei dazi doganali su prodotti agricoli e alimentari (inclusi vino e alcolici). Sul mercato canadese verranno tutelati 172 prodotti europei con marchio di indicazione geografica (degli oltre mille totali). Nessun timore, a detta della Commissione, in tema di sicurezza alimentare per presunte invasioni di prodotti Ogm o carne trattata con ormoni: solo i prodotti e i servizi pienamente conformi alla regolamentazione dell'Ue potranno avere accesso al mercato comunitario.

Il nostro Paese esporta in Canada prodotti agroalimentari per circa 800 milioni di euro (vino e formaggi in primis). Dal Canada, invece, importiamo soprattutto grano, preferito a quello italiano per la maggiore forza. Dei 288 prodotti Dop e Igp italiani sono 41 quelli riconosciuti dall’accordo. Per loro ci sarà una sorta di coesistenza. Da una parte i Prosciutti di Parma e di Modena Dop potranno, per esempio, entrare nel mercato canadese con il loro nome. Fino a oggi il Prosciutto di Parma italiano poteva essere esportato solo con il nome di «Prosciutto originale» in quanto la Maple Leaf Foods, la più grande industria alimentare canadese, ha registrato il marchio «Parma» e quindi può regolarmente commercializzarlo. Dall’altro, però, i prodotti italiani dovranno coesistere con i marchi canadesi già registrati che avranno l’aggiunta dell’indicazione made in Canada. Cioè niente bandiere ingannatrici ma un’ambigua convivenza.

Il giudizio rimane negativo per Coldiretti. «Un grande regalo alle grandi lobby industriali che nell’alimentare puntano all’omologazione e al livellamento verso il basso della qualità – ha affermato Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti – Solo per fare un esempio, i produttori canadesi potranno utilizzare il termine Parmesan, ma anche produrre e vendere Gorgonzola, Asiago e Fontina, mantenendo una situazione di ambiguità che rende difficile ai consumatori distinguere il prodotto originale ottenuto nel rispetto di un preciso disciplinare di produzione dall'imitazione di bassa qualità. Ma soprattutto si crea una concorrenza sleale nei confronti del vero made in Italy in cui perde l’agricoltura italiana che ha fondato sulla distintività e sulla qualità la propria capacità di competere».

L’accordo – aggiunge Coldiretti – interviene su una situazione fortemente compromessa in cui almeno il 90 per cento dei formaggi di tipo italiano consumati in Canada sono in realtà di produzione locale. Con una situazione anche peggiore per i salumi.

«È un grosso passo avanti nella lotta all’italian sounding – è invece il giudizio di Paolo De Castro, coordinatore S&D alla Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento europeo e relatore permanente per il negoziato di libero scambio Ue-Usa (Ttip) – Dire che non sia profondamente migliorativo dello status quo è una bugia. Anche Coldiretti riconosce l’importante risultato raggiunto dal Prosciutto di Parma, che in Canada con il suo marchio non poteva entrare, se non cambiando il nome. Addirittura il Consorzio del Prosciutto di Parma perse la causa con il Tribunale canadese per l’uso del marchio. Il riconoscimento giuridico per 41 prodotti Dop e Igp italiane potrebbe apparire limitativo. Ma rappresentano il nostro export in Canada. Oggi sulle Dop e Igp regna l’assoluta anarchia. Non c’è nessuna possibilità di controllo delle evocazioni. Grande successo, poi, per il settore lattiero-caseario con circa 18mila e cinquecento tonnellate che potranno entrare a dazio zero rispetto alle attuali 4mila. Ridicolo – sottolinea – dire che il Trattato non tuteli le Pmi. Chi produce Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Gorgonzola o Lambrusco? Certo, si poteva ottenere di più, come per ogni accordo. E smettiamola di evocare ormoni e Ogm: le regole sulla qualità degli standard non vengono minimamente cambiate. I miei colleghi italiani che hanno votato contro hanno detto no al commercio! Speriamo prossimamente di chiudere un analogo accordo anche con il Giappone, anche se la ventata di protezionismo americano è un freno importante».

Marco Bersani, uno dei responsabili nazionali della Campagna Stop Ttip Italia, boccia al contrario il Trattato. «È una brutta pagina per la democrazia. Come tutti i trattati di libero scambio mette in primo piano gli interessi delle multinazionali. Il Trattato difende l’agrobusinnes quando l’Italia va avanti grazie alle sue Pmi. E questo avrà ripercussioni pesantissime sul comparto. Questi Trattati migliorano le esportazioni di chi già esporta. Servono solo alle grandi imprese, ma sono la tomba per le Pmi che verranno asfaltate. Dire poi – aggiunge – che si difendono 41 marchi italiani, quando sono ben oltre quella cifra, significa che si è cominciato a non tutelarli. Qualcuno ha definito l’accordo una risposta al protezionismo di Trump: in realtà è tutta benzina per Trump. Se i Trattati di libero scambio peggiorano le condizioni di vita delle persone, saranno sempre più le persone che diranno basta alla globalizzazione e chiederanno i protezionismi».

Carlo Petrini, presidente di Slow Food sottolinea come ci possa essere una corsa al ribasso «Attenzione a non pensare che il nostro no a questo accordo sia un discorso protezionista nei confronti dei contadini europei, perché per altre filiere vale al contrario. Prendiamo la produzione di latte, che in Europa soffre a causa della sovrapproduzione e prezzi troppo bassi, mentre in Canada si sono mantenuti livelli di remunerazione soddisfacenti. Il Ceta aprirebbe il mercato canadese ai prodotti lattiero-caseari europei provocando una caduta dei prezzi oltreoceano e di conseguenza un peggioramento delle condizioni di vita degli allevatori. Il discorso è lo stesso dunque: invece di migliorare le condizioni di chi sta peggio, si innesca una guerra al ribasso che porta al baratro chi produce bene. Queste misure fanno esclusivamente il gioco della grande industria e della speculazione finanziaria».